La complessità del senso
10 05 2026

La femme du cinquième

La femme du cinquième
Pawel Pawlikovski, 2011
Fotografia Ryszard Lenczewski
Ethan Hawke, Kristin Scott Thomas, Joanna Kulig, Samir Guesmi, Delphine Chuillot, Julie Papillon, Geoffrey Carey, Mamadou Minté, Mohamed Aroussi, Jean-Louis Cassarino, Judith Burnett, Marcela Iacub.
Roma 2011, concorso

«Sono malato, distruggo tutto quello che tocco», così pensa di sé lo scrittore americano Tom Ricks (Ethan Hawke, Before Sunset, Onora il padre e la madre). Sull’orlo del suicidio per la condizione disperata a cui s’è ridotto col viaggio a Parigi sulle tracce della moglie e della figlia, Tom perde l’equilibrio mentale e finisce col confondere “interno” ed “esterno” della realtà, fino a cadere nella trappola psichica di una relazione assurda e non controllabile con Margit (Kristin Scott Thomas), una strana signora, “vedova” di un ignoto scrittore, la quale, dopo avergli dato amore e consigli, scompare nel nulla. Non meno misteriosa è la giovane amante del padrone dello squallido albergo dove il protagonista è costretto a rifugiarsi. La ragazza mostra di conoscere la traduzione polacca dell’unico libro scritto finora da Tom e di amare la poesia, ma anche questa possibilità “affettiva” si rivela quasi impossibile e non poco pericolosa. Quanto ai tentativi di Tom di incontrare la sua bambina, il no della madre sembra ostacolo non superabile e in certi momenti l’atteggiamento di quel padre risulta addirittura equivoco, tanto che ci chiediamo quale possa essere stata mai la sua colpa, visto che la sua ricomparsa alla porta di casa suscita una specie di orrore e induce la moglie a chiamare la polizia. Non parliamo poi del “lavoro” con cui Tom sbarca il lunario, la sorveglianza a una specie di bunker di cui non sapremo mai altro se non che la porta deve aprirsi soltanto dopo la verifica di una parola d’ordine. Insomma un film totalmente “misterioso”. E le virgolette sono necessarie, giacché si tratta di un mistero non giustificato da adeguata chiave di lettura (non è detto che il nostro tentativo sia riuscito). In questo film tratto dal romanzo di Douglas Kennedy, Margit, si nota un tentativo di stile, ma si tenga presente che la cinepresa non ha in sé il potere di farci “vedere” l’invisibile. Vecchia questione che può risalire a Lumière/Mélies. E Pawlikovski non deve esagerare.

Franco Pecori

30 Ottobre 2011