La complessità del senso
24 06 2026

The Eye of the Storm

The Eye of the Storm
Fred Schepisi, 2011
Fotografia Ian Baker
Charlotte Rampling, Geoffrey Rush, Judy Davis, John Gaden, Dustin Clare, Colin Friels, Helen Morse, Alexandra Schepisi, Robyn Nevin, Elizabeth Alexander, Jamie Timony, John Gaden, Maria Theodorakis, Barry Langrishe, Laurent Boulanger, William Fisher.
Roma 2011, concorso.

Continua il discorso dell’australiano Fred Schepisi sulla difficoltà delle strutture famigliari a tenersi in armonia. Dopo Sei gradi di separazione (1995) e Vizio di famiglia (2003), ecco un altro imponente tentativo, per il quale il regista utilizza un cast di tutto rispetto e in particolare una Rampling al meglio delle possibilità. Nel ruolo di Elizabeth Hunter, l’attrice vive gli ultimi momenti della vita nella sua tenuta non lontano da Sidney, bloccata a letto ma vivacissima nella mente e nei ricordi, memorie alle quali attinge forse soprattutto per ridefinire ancora i rapporti con i due figli, Sir Basil (Geoffrey Rush) e Dorothy (Judy Davis), verso cui non ha mai mostrato grande affetto né stima. Le altre figure, il personale che assiste Elizabeth e l’avvocato di famiglia, sono di contorno ma contribuiscono alla rappresentazione di un background umano degno della “ferocia” con cui la vecchia signora tratta quanti le sono vicini. Sotto l’incrostazione di un costume vagamente “nobiliare” ribollono verità riconducibili ad antichi egoismi e più “realistiche” pulsioni. Il regista trae la storia dal romanzo L’occhio dell’uragano di Patrick White, Nobel per la letteratura 1973, e ha il merito di non restare imprigionato nella dimensione letteraria, dando invece corpo a personaggi vivi e coerentemente ambientati. Non che i dialoghi non abbiano il loro spazio e, del resto, la sceneggiatura di Judy Morris è firmata anche dallo stesso White; ma sono proprio le “presenze” degli attori, Rampling in testa, a dare sostanza speciale al film. Nella visione “riassuntiva” di Elizabeth, la questione dell’eredità da lasciare va ben oltre il lato materiale e viene usata dalla donna fino in punto di morte per rivivere a modo proprio, con tutta se stessa e con il proprio corpo, le sensasioni più forti e intime del passato: un riproporsi alla vita dialettico e fisico, tale da permetterle la decisione finale riguardo alla morte, dopo aver trasognato un’ultima volta le profonde e incancellabili impressioni di una certa notte durante un certo temporale.

Franco Pecori

30 Ottobre 2011