La complessità del senso
30 11 2022

Leopardi: Italiani, società stretta

1824. Giacomo Leopardi, ventiseienne, 22 anni prima del sofferto periodo per l’Indipendenza (1848-1866), scrive il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani. Filosofia e storia si integrano in una valutazione dello stato morale, sociale, culturale di un popolo sospeso tra inadeguatezza verso il più evoluto stadio civile europeo (Francia, Germania, Inghilterra) e superiorità a fronte di altre sofferenze del medesimo continente (Spagna, Portogallo, Russia).

A distanza di due secoli, l’idea di un popolo di praticoni e felici di esserlo si ripropone all’osservazione, ancora sensata. Nel Discorso leopardiano salta all’evidenza il concetto di civiltà degradata nell’immaginazione e nella fantasia, nella pratica opportunistica dei rapporti, fuori da una qualche idea di fratellanza universale. Una società “stretta”, dominata dal cinismo.

Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani

In questo secolo presente, — sia per l’incremento dello scambievole commercio e dell’uso de’ viaggi, sia per quello della letteratura, e per l’enciclopedico che ora è d’uso, sicché ciascuna nazione vuol conoscere piú a fondo che può le lingue, letterature e costumi degli altri popoli, sia per la scambievole comunione di sventure che è stata fra’ popoli civili, sia perché la Francia abbassata dalle sue perdite, e l’altre nazioni parte per le vittorie, parte per l’aumento della cultura e letteratura di ciasceduna, sollevandosi, — si è introdotta fra le nazioni d’Europa una specie d’uguaglianza di riputazione sì letteraria e civile che militare, laddove per lo passato da’ tempi di Luigi XIV, cioè dall’epoca della diffusa e stabilita civiltá europea, tutte le nazioni avevano spontaneamente ceduto di onore alla Francia che tutte le dispregiava1; per qualcuna, o per tutte queste cagioni, le nazioni civili d’Europa, cioè principalmente la Germania, l’Inghilterra e la Francia stessa hanno deposto (forse anche pel progresso dei lumi e dello spirito filosofico e ragionatore che accresce i lumi e calma le passioni ed introduce un abito di moderazione; e altresí per l’affievolimento stesso dell’amore e fervor nazionale, e generalmente di tutte le passioni degli uomini), hanno, dico, deposto gran parte degli antichi pregiudizi nazionali sfavorevoli ai forestieri, dell’animositá, dell’avversione verso loro, e soprattutto del disprezzo verso i medesimi e verso le loro letterature civiltá e costumi, quantunque si voglia differenti dai propri. E cresciuto il gusto di conoscerli, insieme colla stima de’ medesimi e colla equitá del giudicarli, infiniti sono i volumi pubblicati in ciascuna nazione per informarla delle cose dell’altre. Fra’ quali sono anche infiniti quelli pubblicati dagli stranieri e che si pubblicano tutto giorno sopra le cose d’Italia, fatta oggetto di curiositá universale e di viaggi, molto piú che ella non fu in altro tempo, e molto piú generalmente, e piú ancora che alcun altro paese particolare. Nei quali libri però gli scrittori incorrono, senza loro colpa e per natura del soggetto, in due inconvenienti, l’uno che spesso errano, essendo impossibile a uno straniero il conoscere perfettamente un’altra nazione, massime dopo non lunga dimora; l’altro che dicendo o il falso, o anche il vero che sia alcun poco sfavorevole a quelli di cui parlano, benché il dicano senz’animositá veruna (non essendo piú mezzo di farsi grato alla propria nazione il dir male dell’altre, ed odiandosi in tali libri l’animositá, sempre che si scuopre) si concitano l’odio della nazione di cui scrivono. Il qual secondo male è piú grave che mai ne’ libri che trattano degli italiani, delicatissimi sopra tutti gli altri sul conto loro: cosa veramente strana, considerando il poco o niuno amor nazionale che vive tra noi, e certo minore che non è negli altri paesi. Cagione di ciò è sicuramente in gran parte che gl’italiani misurando gli altri da sé medesimi (i quali camminando sempre addietro degli altri, non sono ancora cosí lontani da’ pregiudizi e dall’animositá verso gli stranieri, e certo li conoscono e studiano di conoscerli cento volte meno che essi non fanno verso loro) attribuiscono sempre ad odio e malvolenza e invidia ogni parola men che vantaggiosa che sia profferita o scritta da un estero in riguardo loro. Certo è nondimeno che in questi ultimi anni si sono divulgate in Europa dalla Corinna in poi piú opere favorevoli all’Italia, che non sono tutte insieme quelle pubblicate negli altri tempi, e nelle quali si dice di noi piú bene che mai non fu detto appena da noi medesimi. Alcune sono veri elogi nostri, scritti i piú con entusiasmo di affezione e, in parte, di ammirazione verso le cose nostre. E, generalmente parlando, si vede nel mondo civile una inclinazione verso noi maggiore assai che fosse in altro tempo e che sia verso alcun altro paese, ed una opinione vantaggiosa di noi, la quale ardisco dire che supera di non poco il nostro merito, ed è in molte cose contraria alla veritá. E ben si può dire che oggi, al contrario che pel passato, gli stranieri quando s’ingannano sul nostro conto, piú tosto s’ingannano in favor nostro che in disfavore. Contuttociò e la Corinna e tutte l’altre siffatte opere sono guardate dagl’italiani con gelosia; e molte cose vere ed utili hanno dette e scritte gli stranieri sui nostri costumi che per questa e per altre cause non ci sono di veruna utilitá. Gl’italiani stessi non iscrivono né pensano sui loro costumi, come sopra niun’altra cosa che importi e giovi ad essi o agli altri: eccetto forse il solo Baretti, spirito in gran parte altrettanto falso che originale, e stemperato nel dir male, e poco intento o certo poco atto a giovare; e sí per la singolaritá del suo modo di pensare e vedere, benché questa niente affettata, sí per la sua decisa inclinazione a sparlare di tutto, e il suo carattere aspro e iracondo verso tutto, e il piú delle volte alieno dal vero. Oltre che i costumi e lo stato d’Italia sono incredibilmente cangiati dal suo tempo, cioè da prima della rivoluzione, al tempo presente. Allora, massime l’Italia meridionale, era quasi in quello stato di opinioni e di costumi in cui si è trovata fino agli ultimi anni ed ancora in grandissima parte si trova la Spagna. Ora per l’uso e il dominio degli stranieri, massime de’ francesi, l’Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari. Queste opinioni però operano sullo stato e sulla vita degl’italiani in maniera diversa che presso gli altri, per la diversitá somma delle sue circostanze, e quindi ne risulta che con opinioni appresso a poco, e massime in buona parte della nazione, conformi, essa è di costumi notabilmente diversa dagli altri popoli civili. Se io dirò alcune cose circa questi presenti costumi (tenendomi al generale) colla sinceritá e libertá con cui ne potrebbe scrivere uno straniero, non dovrò esserne ripreso dagli italiani, perché non lo potranno imputare a odio o emulazione nazionale, e forse si stimerá che le cose nostre sieno piú note a un italiano che non sono e non sarebbero a uno straniero, e finalmente se questi non dèe risparmiare il nostro amor proprio con danno della veritá, perché dovrò io parlare in cerimonia alla mia propria nazione, cioè quasi alla mia famiglia e a’ miei fratelli?

Non è da dissimulare che considerando le opinioni e lo stato presente dei popoli, la quasi universale estinzione o indebolimento delle credenze su cui si possano fondare i principi morali, e di tutte quelle opinioni fuor delle quali è impossibile che il giusto e l’onesto paia ragionevole, e l’esercizio della virtú degno d’un savio, e da altra parte l’inutilitá della virtú e la utilitá decisa del vizio dipendenti dalla politica costituzione delle presenti repubbliche; la conservazione della societá sembra opera piuttosto del caso che d’altra cagione, e riesce veramente maraviglioso che essa possa aver luogo tra individui che continuamente si odiano, s’insidiano e cercano in tutti i modi di nuocersi gli uni agli altri. Il vincolo e il freno delle leggi e della forza pubblica, che sembra ora essere l’unico che rimanga alla societá, è cosa da gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto piú a stimolare al bene. Tutti sanno con Orazio che le leggi senza i costumi non bastano, e da altra parte che i costumi dipendono e sono determinati e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni. In questa universale dissoluzione de’ principi sociali, in questo caos che veramente spaventa il cuor d’un filosofo, e lo pone in gran forse circa il futuro destino delle societá civili, e in grande incertezza del come elle possano durare a sussistere in avvenire, le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l’Inghilterra e la Germania, hanno un principio conservatore della morale e quindi della societá, che benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principi morali e d’illusione che si sono perduti, pure è d’un grandissimo effetto. Questo principio è la societá stessa. Le dette nazioni, oltre la societá generalmente presa, cioè il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri bisogni, e difendersi da’ comuni danni e pericoli, hanno quel genere piú particolare di societá che suole essere chiamato con questo medesimo nome ridotto a significazione piú stretta, e consiste in un commercio piú intimo degl’individui fra loro, e massime di quelli che, dispensati dalla loro condizione dal provvedere coll’opera meccanica delle proprie mani alla loro e all’altrui sussistenza, e forniti del necessario alla vita col mezzo delle fatiche altrui, mancando de’ bisogni primi, vengono naturalmente nel secondo bisogno, cioè di trovare qualche altra occupazione, che riempia la loro vita e alleggerisca loro il peso dell’esistenza, sempre grave e intollerabile quando è disoccupata. Questa tal societá che è principalmente fra questi tali uomini, ha per fine il diletto e il riempiere il vuoto della vita cagionato dalla mancanza de’ bisogni primi, e per causa ha i detti bisogni secondi, come quell’altro piú largo e piú comun genere di societá ha per origine i primi bisogni e la naturale necessitá. Per mezzo di quella societá piú stretta, le cittá e le nazioni intiere, e in questi ultimi tempi massimamente, l’aggregato eziandio di piú nazioni civili, divengono quasi una famiglia, riunita insieme per trovare nelle relazioni piú strette e piú frequenti che nascono da tale quasi domestica unione, una occupazione, un pascolo, un trattenimento alla vita di quelli, che senza ciò menerebbero il tempo affatto vuoto; e tali sono, rigorosamente parlando, tutti gli uomini, salvo gli agricoltori e quelli che ci procurano il vestito di prima necessitá. Coll’uso scambievole gli uomini naturalmente e immancabilmente prendono stima gli uni degli altri: cioè non giá buona opinione; anzi questa è tanto minore in ciascuno verso gli altri generalmente, quanto il detto uso e quindi la cognizione degli uomini è maggiore; ma la stretta societá fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera di farsene stimare (questa è propriamente la stima che si concepisce di loro) e li considera per necessari alla propria felicitá, sí quanto ad altri rispetti, sí quanto a questa soddisfazione del suo amor proprio, che ciascuno in particolare attende, desidera e cerca da essi, da’ quali dipende, e non si può ricever d’altronde. Questo desiderio è quello che si chiama ambizione, vincolo e sostegno potentissimo della societá, che non d’altronde nasce che da essa societá ridotta a forma stretta, poiché fuor di essa l’ambizione non ha luogo alcuno nell’uomo, e l’amor proprio naturale non prenderebbe mai questo aspetto, che pur sembra totalmente suo proprio ed essenziale e sommamente immediato. L’ambizione può avere varie forme e vari fini. Una volta ella era desiderio di gloria, passione che fu comunissima. Ma ora questa è cosa troppo grande, troppo nobile, troppo forte e viva perch’ella possa aver luogo nella piccolezza delle idee e delle passioni moderne, ristrette e ridotte in angustissimi termini e in bassissimo grado dalla ragione geometrica e dallo stato politico delle societá; perch’ella possa compatire collo stato di freddezza e mortificazione che risulta universalmente nella vita civile dalle dette cause; e la gloria è un’illusione troppo splendida e un nome troppo alto perché possa durare dopo la strage delle illusioni, e la conoscenza della veritá e realtá delle cose, e del loro peso e valore. L’amore della gloria è incompatibile colla natura de’ tempi presenti, è cosa obsoleta come le usanze e le voci antiquate; non sussiste piú, o è cosí raro, e dove anche sussiste è cosí debole e inefficace che non può esser principio di grandi beni alla societá e molto meno servirle di vincolo, quale egli era in gran parte una volta. A’ nostri tempi, presso quelle nazioni che hanno l’uso di quella societá intima definita di sopra, l’ambizione produce un altro sentimento tutto moderno, e di natura sua, siccome di fatto e di nascita, posteriore alle grandi illusioni dell’antichitá. Questo sentimento è quello che si chiama onore. È un’illusione esso stesso, perché consiste nella stima che gli individui fanno della opinione altrui verso loro, opinione che, rigorosamente parlando, è cosa di niun conto; ma egli è un’illusione tanto poco alta e viva e luminosa che facilmente nasconde anche agli occhi esercitati dalla cognizione del vero, la sua vanitá, e può compatire collo stato presente e colla distruzione di quasi tutte l’altre illusioni, alla quale ella non ripugna se non mediocremente, atteso la sua natura, per cosí dire, fredda e rimessa. Questa illusione però è potentissima nelle nazioni e nelle classi che hanno l’uso di quella intima societá da cui solo ella può nascere. E particolarmente in Francia, molti sono stati filosofi di opinione fino all’ultimo grado, e conoscitori intimi del vero in tutta la sua estensione, e hanno sentito la vanitá e nullitá delle cose e degli uomini, e molti hanno anche ne’ loro scritti mostrato di dispregiar l’opinione pubblica, e anche combattuta la stima forse eccessiva che se ne fa nella loro nazione e provatane l’irragionevolezza, e il danno eziandio non piccolo in varie cose. Ma nel fatto e nella vita è certissimo che nessuno di questi, non che degli altri francesi, dal tempo della origine della societá francese fino al presente, ha mai potuto impetrar da sé stesso, non solo di non curar veramente l’opinione pubblica, ma neppure di non metterla quanto all’affetto e quanto al fondo del suo animo, nella cima de’ suoi pensieri e de’ suoi fini, e di non volgere a quella il piú delle sue azioni e delle sue omissioni. Questa stima della opinione pubblica, cosí piccola cosa com’ella è, è pur da tanto che quasi basta nelle dette nazioni (ciascuna delle quali ne partecipa a proporzione delle sue circostanze sociali) a rimpiazzare i principi morali ugualmente perduti appresso di loro, massime nelle classi non laboriose, e gli altri vincoli della societá, gli altri freni del male e stimoli del bene, in luogo de’ quali resta si può dire esso solo, ed è pur sufficiente a servire alla societá di legame. Piccolissima e freddissima cosa ella è, come ho detto, non v’ha dubbio. Gli uomini politi di quelle nazioni si vergognano di fare il male, come di comparire in una conversazione con una macchia sul vestito o con un panno logoro o lacero; si muovono a fare il bene per la stessa causa, e con niente maggiore impulso e sentimento che a studiar esattamente ed eseguir le mode, a cercar di brillare cogli abbigliamenti, cogli equipaggi, coi mobili, cogli apparati; il lusso e la virtú o la giustizia hanno tra loro lo stesso principio, non solo rimotamente parlando, il che è da per tutto e fu quasi sempre, ma parlando immediatamente e particolarmente. Qual cosa è piú frivola in sé che il far conto di una buon’azione né piú né manco che di un buon motto o di un bell’abito, esser sollecito della propria probitá per la sola ragione per cui si ha cura di acquistare e conservare la bella maniera, evitare una mala azione come una brutta riverenza, e il vizio come il cattivo tóno? Ma bisogna pur confessare (che giova il parlar sempre dissimulatamente, e col linguaggio antico nelle cose affatto nuove?) che effettivamente lo stato delle opinioni e delle nazioni, quanto alla morale, è ridotto in questa precisa miseria che il buon tóno è, non solo il piú forte, ma l’unico fondamento che resti a’ buoni costumi, e che i buoni costumi non sono esercitati per altro, generalmente parlando e delle classi civili, che per le ragioni per cui si esercita il buon tóno, e che dove il buon tóno della societá non v’è o non si cura, quivi la morale manca d’ogni fondamento e la societá d’ogni vincolo, fuor della forza, la quale non potrá mai né produrre i buoni costumi né bandire o tener lontani i cattivi. Cosí nelle dette nazioni, la societá stessa producendo il buon tóno produce la maggiore anzi unica garanzia de’ costumi si pubblici che privati, che si possa ora avere, e quindi è causa immediata della conservazione di sé medesima.

Gl’italiani dal tempo della rivoluzione in poi, sono, quanto alla morale, cosí filosofi, cioè ragionevoli e geometri, quanto i francesi e quanto qualunque altra nazione; anzi il popolo, il che è degno di osservarsi, lo è forse piú che non è quello d’altra nazione alcuna. Voglio dire che quanto alla cognizione del nudo vero circa i principi morali, quanto alle credenze che a questi appartengono, quanto all’abbandono delle credenze antiche, la nazione italiana, presa insieme e paragonando classe a classe, conforme e corrispondente tra lei e l’altre nazioni, è appresso a poco a livello con qualunque altra piú civile e piú istruita d’Europa o d’America. Per conseguenza, da questa parte ella è priva come l’altre d’ogni fondamento di morale, e d’ogni vero vincolo e principio conservatore della societá. Ma oltre di questo, a differenza delle dette nazioni, ella è priva ancora di quel genere di stretta societá definito di sopra. Molte ragioni concorrono a privarnela, che ora non voglio cercare. Il clima che gl’inclina naturalmente a vivere gran parte del dí allo scoperto, e quindi a’ passeggi e cose tali; la vivacitá del carattere italiano che fa loro preferire i piaceri degli spettacoli e gli altri diletti de’ sensi a quelli piú particolarmente propri dello spirito, e che gli spinge all’assoluto divertimento scompagnato da ogni fatica dell’animo e alla negligenza e pigrizia; queste cose non sono che le menome e le piú facili a vincere tra le ragioni che producono il sopraddetto effetto. Certo è che il passeggio, gli spettacoli, e le chiese non hanno che fare con quella societá di cui parlavamo e che hanno le altre nazioni. Ora il passeggio, gli spettacoli e le chiese sono le principali occasioni di societá che hanno gl’italiani; e in esse consiste, si può dir, tutta la loro societá (parlando indipendentemente da quella che spetta ai bisogni di prima necessitá), perché gl’italiani non amano la vita domestica, né gustano la conversazione o certo non l’hanno. Essi dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica, alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni di tutte le classi non bisognose in Italia.

Conseguenza necessaria di questo è che gl’italiani non temono e non curano per conto alcuno di esser o parer diversi l’uno dall’altro, e ciascuno dal pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso. Lascio stare che la nazione, non avendo centro, non havvi veramente un pubblico italiano; lascio stare la mancanza di teatro nazionale, e quella della letteratura veramente nazionale moderna, la quale presso l’altre nazioni, massime in questi ultimi tempi, è un grandissimo mezzo e fonte di conformitá di opinioni, gusti, costumi, maniere, caratteri individuali, non solo dentro i limiti della nazione stessa, ma tra piú nazioni eziandio rispettivamente. Queste seconde mancanze sono conseguenze necessarie di quella prima, cioè della mancanza di un centro, e di altre molte cagioni. Ma lasciando tutte queste e quelle, e ristringendoci alla sola mancanza di societá, questa opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tóno italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tóno, o egli è cosa cosí vaga, larga e indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa. Ciascuna cittá italiana non solo, ma ciascuno italiano fa tòno e maniera da sé.

Non avendovi buon tóno, non possono avervi convenienze di societá (bienséances). Mancando queste, e mancando la societá stessa, non può avervi gran cura del proprio onore; o l’idea dell’onore e delle particolaritá che l’offendono o lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente. Ciascuno italiano è presso a poco ugualmente onorato e disonorato. Voglio dir che non è né l’uno né l’altro, perché non v’ha onore dove non v’ha societá stretta, essendo esso totalmente un’idea prodotta da questa, e che in questa e per questa sola può sussistere ed essere determinata.

Benché gl’italiani, come ho detto, sieno incirca a livello delle altre nazioni nella conoscenza generale della realtá delle cose relativamente ai fondamenti dei principi morali, per quanto almen basta a influire e dar norma alla condotta pubblica e privata di ciascheduno; tuttavía è ben certo e da tutti gli stranieri, non meno che da noi, conosciuto e consentito che l’Italia in fatto di scienza filosofica e di cognizione matura e profonda dell’uomo e del mondo è incomparabilmente inferiore alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania, considerando queste e quella generalmente. Ma contuttociò è anche certissimo, benché parrá un paradosso, che se le dette nazioni son piú filosofe degl’italiani nell’intelletto, gl’italiani nella pratica sono mille volte piú filosofi del maggior filosofo che si trovi in qualunque delle dette nazioni.

Primieramente dell’opinione pubblica gl’italiani in generale, e parlando massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s’ha da por mente a quello che il mondo dice o dirá di te; che s’ha da procedere a modo suo, non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali. Lungi che gl’italiani considerino, come i francesi, per la massima delle sventure la perdita o l’alterazione dell’opinion pubblica verso loro, e sieno pronti, come i francesi ben educati, a soffrire e sacrificar qualunque cosa piuttosto che incorrere anche a torto in questo inconveniente; essi non si consolano di cosa alcuna piú di leggieri che della perdita eziandio totale (giusta o ingiusta che sia) dell’opinione pubblica, e stimano ben dappoco chi pospone a questo fantasma i suoi interessi e i suoi vantaggi reali (o quelli che cosí si chiamano nel linguaggio della vita), e chi non si cura d’incorrere per amor di quello in danni o privazioni vere, d’astenersi da piaceri, ancorché minimi, e cose tali. Insomma niuna cosa, ancorché menomissima, è disposto un italiano «di mondo» a sacrificare all’opinion pubblica; e questi italiani «di mondo» che cosí pensano ed operano, sono la piú gran parte, anzi tutti quelli che partecipano in quella poca vita che in Italia si trova. Non si può negare che, filosoficamente e geometricamente parlando, essi non abbiano assai piú ragione dei francesi e degli altri che pensano e operano diversamente e che per conseguenza in questa parte essi non sieno, quanto alla pratica, assai piú filosofi. Al che li porta lo stato delle cose loro, nel quale in realtá l’opinione pubblica, per la mancanza di societá stretta, pochissimo giova favorevole e pochissimo nuoce contraria; e la gente per quanta ragione abbia di dir male o bene di uno, di pensarne bene o male, prestissimo si stanca dell’uno e dell’altro; si dimentica affatto delle ragioni che aveva di far questo o quello, benché certissime e grandissime, e torna a parlare e pensare di quella tal persona con perfetta indifferenza, e come d’una dell’altre.

Secondariamente, e questa è cosa molto osservabile, come l’opinion pubblica, cosí la vita non ha in Italia non solo sostanza e veritá alcuna, che questa non l’ha neppure altrove, ma né anche apparenza, per cui ella possa essere considerata come importante. Lascio la totale mancanza d’industria, e d’ogni sorta di attivitá, e quella di carriere politiche e militari, quella d’ogni altro istituto di vita e di professione per cui l’uomo miri a uno scopo, e coll’aspettativa, coi disegni, colle speranze dell’avvenire rilevi il pregio dell’esistenza, la quale sempre che manca di prospettiva d’un futuro migliore, sempre ch’è ristretta al solo presente, non può non parer cosa vilissima e di niun momento; perché nel presente, cioè in quello che è sottoposto agli occhi, non hanno luogo le illusioni, fuor delle quali non esiste l’importanza della vita. Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. Ma lasciando questo e ristringendoci alla sola mancanza di societá, certo è che uno de’ grandissimi e principali mezzi che restano oggi agli uomini per non avvedersi affatto della nullitá delle cose loro o per non sentirla, benché conoscendola, per non essere nella pratica persuasi della total frivolezza delle loro occupazioni qualunque e della totale indegnitá della vita ad esser con fatiche e con sollecitudini coltivata, studiata ed esercitata, uno, dico, de’ principali mezzi, e forse il principale assolutamente, è la societá. L’uomo è animale imitativo e d’esempio. Questa è cosa provata. Tale egli è sempre, anche dopo emancipato (se egli arriva mai ad esserlo) dal giogo delle credenze e del modo di pensare e di vedere altrui; anche filosofo, egli lo è men degli altri, ma pure in gran parte. Questa sua imitazione è volta principalmente a’ suoi simili, questo esempio ch’ei prende, da loro principalmente lo piglia. Una parte maggiore o minore, ma sempre una qualche parte, non solo della sua condotta, non solo del suo carattere, de’ suoi costumi, non solo del suo animo generalmente, ma del suo stesso intelletto e del suo modo di pensare, dipende, imita, si regola, è modificata dall’esempio altrui, cioè precisamente e massimamente di quella parte de’ suoi simili colla quale ei convive, sia che ei vi conviva per mezzo della lettura, sia specialmente colla persona, sia come si voglia. Or dunque nella societá stretta l’essere continuamente testimonio delle cure che gli altri si danno (perciocché essa le richiede e ne impone una necessitá, non paragonabile alle naturali, ma pur molto imperiosa ed efficace), del peso che essi annettono, o che nell’estrinseco necessariamente e per legge molto naturale di essa societá, mostrano continuamente e totalmente di annettere alle bagattelle della societá medesima e di tutta la vita, fa che ciascuno, dal canto suo, non possa a meno, quanto ad una pratica ed anche ad una certa parte del suo intelletto, di non fare una tal quale stima della vita e delle cose umane, e di contarle per un qualche che.

La perpetua e piena dissimulazione della vanitá delle cose, dissimulazione che tutti fanno verso ciascuno nelle parole e nei fatti in una societá stretta, e che ciascuno è obbligato nello stesso modo a fare continuamente con tutti gli altri, inganna in qualche guisa il pensiero, e mantiene come che sia e per quanto è possibile l’illusione dell’esistenza. In una societá stretta anche l’uomo piú intimamente persuaso per raziocinio, ed anche per sentimento, della vanitá di sé stesso, della frivolezza altrui, della inutilitá della vita e delle fatiche, della niuna importanza d’essa societá, anche il piú perfetto filosofo in ispeculazione, non può mai fare, non solo di non contenersi in atto come se il mondo valesse pur qualche cosa, ma nemmeno che una parte del suo intelletto non combatta coll’altra, affermando che le cose umane meritano pur qualche cura, e combattendo non vinca il piú del tempo, e non persuada confusamente alla persona la detta cosa, in dispetto, per dir cosí, della sua stessa persuasione. Se non altro l’immaginativa che per natura ci porta a conceder qualche valore alla vita, ha pure un pascolo nella societá stretta, e facoltá di conservar qualche parte della sua azione ed influenza sull’uomo. Tutto ciò non ha luogo nella solitudine, ma meno ancora in una dissipazione giornaliera e continua senza societá. Nella solitudine, anche dell’uomo il piú sapiente, esperimentato e disingannato, la lontananza degli oggetti giova infinitamente a ingrandirli, apre il campo all’immaginazione per l’assenza del vero e della realtá e della pratica, risveglia e risuscita sovente le illusioni in luogo di sopirle o finir di distruggerle, l’animo dell’uomo torna a creare e a formarsi il mondo a suo modo; e finalmente la mancanza di occupazioni o distrazioni vive, e il continuo e non diviso né divagato pensiero che necessariamente si pone nelle cose presenti, e l’attenzione totale dell’animo che nasce dalla mancanza di sensazioni che la trasportino qua e lá, fanno che all’ultimo si dá peso a menomissimi oggetti, e molto piú che non si dava e che gli altri non dánno nel mondo a oggetti molto maggiori (o cosí detti), e vi si pone tanta cura che finalmente essi riempiono tutto il tempo, ed occupano la vita, e alcune volte eziandio d’avanzo. L’esperienza lo prova a quelli che hanno potuto farla in sé o in altri. Ma la detta dissipazione continua senza societá, quella che forma la vita degl’italiani non bisognosi, è priva degli aiuti della lontananza, priva delle risorse interne dell’immaginazione e dell’animo, per esser dissipazione e per aver sempre la realtá sotto gli occhi; e priva da altra parte de’ soccorsi esterni della immaginazione, e di cose al di fuori che mantengano o rialzino le illusioni, perché come trovarle fuor della societá. Per queste cagioni gl’italiani di mondo, privi come sono di societá, sentono piú o meno ciascuno, ma tutti generalmente parlando, piú degli stranieri, la vanitá reale delle cose umane e della vita, e ne sono piú pienamente, piú efficacemente e piú praticamente persuasi, benché per ragione la conoscano, in generale, molto meno. Ed ecco che gl’italiani sono dunque, nella pratica, e in parte eziandio nell’intelletto, molto piú filosofi di qualunque filosofo straniero; poiché essi sono tanto piú addomesticati, e per cosí dire convivono e sono immedesimati con quella opinione e cognizione che è la somma di tutta la filosofia, cioè la cognizione della vanitá d’ogni cosa, e secondo questa cognizione, che in essi è piuttosto opinione o sentimento, sono al tutto e praticamente disposti assai piú dell’altre nazioni.

Or da ciò nasce ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, cosí né piú né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanitá della vita, sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralitá. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso sé stesso e verso gli altri che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. Non si può negare; la disposizione piú ragionevole e piú naturale che possa contrarre un uomo disingannato e ben istruito della realtá delle cose e degli uomini, senza però esser disperato né inclinato alle risoluzioni feroci, ma quieto e pacifico nel suo disinganno e nella sua cognizione, come son la piú parte degli uomini ridotti in queste due ultime condizioni; la disposizione, dico, la piú ragionevole è quella di un pieno e continuo cinismo d’animo, di pensiero, di carattere, di costumi, d’opinione, di parole e d’azioni. Conosciuta ben a fondo e continuamente sentendo la vanitá e la miseria della vita e la mala natura degli uomini, non volendo o non sapendo o non avendo coraggio, o anche col coraggio, non avendo forza di disperarsene, e di venire agli estremi contro la necessitá e contro sé stesso, e contro gli altri che sarebbero sempre ugualmente incorreggibili; volendo o dovendo pur vivere e rassegnarsi e cedere alla natura delle cose; — continuare in una vita che si disprezza, convivere e conversar con uomini che si conoscono per tristi e da nulla — il piú savio partito è quello di ridere indistintamente e abitualmente d’ogni cosa e d’ognuno incominciando da sé medesimo, — Questo è certamente il piú «naturale» e il piú ragionevole. Or gl’italiani generalmente parlando, e con quelle diversitá di proporzioni che bisogna presupporre nelle diverse classi e individui trattandosi di una nazione intera, si sono onninamente appigliati a questo partito. Gl’italiani ridono della vita; ne ridono assai piú, e con piú veritá e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione. Questo è ben naturale, perché la vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri piú vivaci e caldi di natura, come è quello degl’italiani, diventano i piú freddi e apatici quando sono combattuti da circostanze superiori alle loro forze. Cosí negl’individui, cosí è nelle nazioni. Le classi superiori d’Italia sono le piú ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il piú cinico de’ popolacci. Quelli che credono superiore a tutte per cinismo la nazione francese, s’ingannano. Niuna vince né uguaglia in ciò l’italiana. Essa unisce la vivacitá naturale (maggiore assai di quella de’ francesi) all’indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli altri cagionato dalla mancanza di societá, che non li fa curar gran fatto della stima e de’ riguardi altrui: laddove la societá francese influisce tanto, com’è noto, anche nel popolo, ch’esso è pieno di riguardi sì verso i propri individui, sì verso l’altre classi, quanto comporta la sua natura. Se gli stranieri non conoscono bene il modo di trattare degli italiani, massime tra loro, questo viene appunto dalla mancanza di societá in Italia, onde è difficile a un estero il farsi una precisa idea delle nostre maniere sociali ordinarie, mancandogli l’occasione d’esserne facilmente e sovente testimonio, perocché d’altronde noi siamo soliti a risparmiare i forestieri. Ma nel nostro proprio commercio, per le dette ragioni, il cinismo è tale che supera di gran lunga quello di tutti gli altri popoli, parlando proporzionatamente di ciascuna classe. Per tutto si ride, e questa è la principale occupazione delle conversazioni; ma gli altri popoli altrettanto e piú filosofi di noi, ma con piú vita, e d’altronde con piú societá, ridono piuttosto degli assenti che dei presenti, perché una societá stretta non può durare tra uomini continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri, e darsi continui segni di scambievole disprezzo. In Italia il piú del riso è sopra gli uomini e i presenti. La «raillerie» il «persiflage», cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di piú mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il piú insopportabile, e il piú alieno dal modo di conversare. Gl’italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di «se pousser à bout» colle parole, piú che alcun’altra nazione. Il «persiflage» degli altri è certamente molto piú fino; il nostro ha spesso e per lo piú del grossolano, ed è una specie di «polissonnerie»; ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di «raillerie». I colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa. Cosí un uomo perito della scherma è sovente sconcertato da un imperito, o uno schermitore riposato da un furioso e in istato di trasporto. Gl’italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il lor amor proprio, senza di che non vi può aver societá, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, cosí in Italia la principale e la piú necessaria dote di chi vuol conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto piú si possa il loro amor proprio, il lasciarli piú che sia possibile mal soddisfatti di sé stessi e per conseguenza di voi.

Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo, benché per veritá il piú conveniente a uno spirito al tutto disingannato e intimamente e praticamente filosofo, e da tutte le sovraespresse condizioni e maniere del nostro modo di trattarci scambievolmente. Non rispettando gli altri, non si può essere rispettato. Gli stranieri e gli uomini di buona societá non rispettano altrui se non per essere rispettati e risparmiati essi stessi, e lo conseguono. Ma in Italia non si conseguirebbe, perché dove tutti sono armati e combattono contro ciascuno, è necessario che ciascuno presto o tardi si risolva e impari d’armarsi e combattere, altrimenti è oppresso dagli altri, essendo inerme e non difendendosi, in vece d’essere risparmiato. È anche necessario ch’egli impari ad offendere. Tutto ciò non si può conseguire prima che uno contragga un abito di disistima e disprezzo e indifferenza somma verso sé stesso, perché non v’è cosa piú nociva in questo modo di conversare che l’esser dilicato e sensibile sul proprio conto. Oltre che allora tutti i ridicoli piombano su di voi, si è sempre timido e incapace di offendere per paura di non soffrire altrettanto e provocarsi maggiormente gli altri, incapace di difendersi convenientemente perché la passione impedisce la libertá e la franchezza del pensare e dell’operare e l’aggiustatezza e la disinvoltura delle difese. E basta che uno si mostri sensibile alle punture o abitualmente o attualmente, perché gli altri piú s’infervorino a pungerlo e annichilarlo. Oltre di ciò in qualunque modo il vedersi sempre in derisione per necessitá produce una disistima di sé stesso, e dall’altra parte un’indifferenza a lungo andare sulla propria riputazione. La quale indifferenza chi non sa quanto noccia ai costumi? E certo che il principal fondamento della moralitá di un individuo e di un popolo è la stima costante e profonda che esso fa di sé stesso, la cura che ha di conservarsela (né si può conservarla vedendo che gli altri ti disprezzano), la gelosia, delicatezza e sensibilitá sul proprio onore. Un uomo senza amor proprio, al contrario di quel che volgarmente si dice, è impossibile che sia giusto, onesto e virtuoso di carattere, d’inclinazioni, costumi e pensieri, se non d’azioni.

Di piú quanto v’ha di conversazione in Italia (ch’è la piú parte ne’ caffè e ridotti pubblici, piuttosto che appresso i privati, appo i quali propriamente non si conversa, ma si giuoca, si danza, o si canta, o si suona, o si passeggia, essendo sconosciute in Italia le vere conversazioni private che s’usano altrove); quel poco, dico, che v’ha in Italia di conversazione, essendo non altro che una pura e continua guerra senza tregua, senza trattati, e senza speranza di quartiere, benché questa guerra sia di parole e di modi e sopra cose di niuna sostanza, pure è manifesto quanto ella debba disunire e alienare gli animi di ciascuno da ciascuno, sempre offesi nel loro amor proprio, e quanto per conseguenza sia pestifera ai costumi divenendo come un esercizio per una parte e per l’altra uno sprone dell’offendere altrui e della nimicizia verso gli altri, nelle quali cose precisamente consiste il male morale e la perversitá de’ costumi e la malvagitá morale delle azioni e de’ caratteri. Ciascuno combattuto e offeso da ciascuno dèe per necessitá restringere e riconcentrare ogni suo affetto ed inclinazione verso sé stesso, il che si chiama appunto egoismo, ed alienarle dagli altri, e rivolgerle contro di loro, il che si chiama misantropia. L’una e l’altra le maggiori pesti di questo secolo. Cosí che le conversazioni d’Italia sono un ginnasio, dove colle offensioni delle parole e dei modi s’impara per una parte e si riceve stimolo dall’altra a far male a’ suoi simili co’ fatti. Nel che è riposto l’esizio e l’infelicitá sociale e nazionale. E questa è la somma della pravitá e corruzion de’ costumi. Ed anche all’amore e spirito nazionale è visibile quanto debbano nuocere tali modi di conversare, per cui trattiamo e ci avvezziamo a trattare e considerar gli altri sí diversamente che come fratelli, ed acquistiamo o intratteniamo ed alimentiamo uno spirito ostile verso i piú prossimi. Laddove presso l’altre nazioni la societá e conversazione, rispettandovisi ed anche pascendovi per parte di tutti l’amor proprio di ciascheduno, è un mezzo efficacissimo d’amore scambievole sí nazionale che generalmente sociale; in Italia per la contraria cagione, la societá stessa, cosí scarsa com’ella è, è un mezzo di odio e di disunione, accresce esercita e infiamma l’avversione e le passioni naturali degli uomini contro gli uomini, massime contro i piú vicini, che piú importa di amare e beneficare o risparmiare; tanto che al paragone sarebbe assai meglio che ella non vi fosse affatto, e che gl’italiani non conversassero mai tra loro se non nel domestico, e per li soli bisogni, come alcune nazioni poco polite e molto bisognose, o molto occupate e industriose. Certo la societá che havvi in Italia è tutta di danno ai costumi e al carattere morale, senza vantaggio alcuno.

Queste sono le conseguenze della poca societá e della poca vita che havvi in Italia. Dalla poca societá nasce che non v’ha buona societá e che quella poca nuoce al morale. E ciò nasce ancora come si è detto dal disprezzo della vita che naturalmente ha luogo piú che negli altri in quelli che nulla vi godono e per cui niente ella vale, sí stante le altre circostanze, come atteso eziandio la mancanza di buona e non tediosissima societá. La poca societá e la poca vita (cioè poca azione) apparisce dalle sopraddette cose che sono naturalmente sinonimi di societá e vita cattiva e scostumata e noiosa e immorale.

O tutti o gran parte degl’inconvenienti di sopra specificati hanno luogo proporzionatamente anche nelle nazioni piú sociali e nelle migliori conversazioni. Da per tutto v’ha inconvenienti, da per tutto la societá e l’uomo, considerato sí in sé stesso e come individuo, sí come sociale, è imperfettissimo. Di piú i suoi difetti e quelli della societá e gl’inconvenienti di questa, presi generalmente e capo per capo all’ingrosso, sono da per tutto i medesimi, massime in questi tempi di grandissimo commercio d’ogni genere e quindi conformitá fra le nazioni civili, anche le piú distanti. È impossibile nominare o descrivere un difetto e un inconveniente proprio d’una nazione in generale, che non si trovi o al tutto uguale o con poca differenza e modificazione in ciascun’altra. Io non intendo dunque di attribuire all’Italia esclusivamente gl’incomodi che ho detti. Sono ben lontano dall’immaginarmi un mondo diverso e piú bello del nostro ne’ paesi remoti da’ miei occhi. In particolare poi, dovunque v’ha societá, quivi l’uomo cerca sempre d’innalzarsi, in qualunque modo e con qualunque sia mezzo, colla depressione degli altri, e di far degli altri uno sgabello a se stesso (o trattisi di parole o di fatti); e l’amor proprio in nessun paese è scompagnato dall’avversione comunque sentita e dalla persecuzione comunque esercitata verso i propri simili, e massime verso quelli con cui si convive e che ci toccano piú da presso o con gl’interessi o con l’uso quotidiano. E questo accade piú che mai ne’ popoli civili e oggi piú che in qualunque altro tempo, essendo riconosciuto per caratteristico di questo secolo, e per necessaria conseguenza delle opinioni e dello stato presente dei popoli, quel genere di amor proprio che si chiama egoismo, il pessimo di tutti i generi. Ma oltre che le modificazioni dei difetti e inconvenienti umani e sociali possono essere differenti come ho detto, vi si dá anche il piú e il meno, e di essi altro può esser dominante e principale in un luogo, ed altro in un altro. Quello dunque che io intendo di dire si è che gli accennati inconvenienti, per le cagioni e circostanze nostre specificate, sono maggiori qui che altrove, sono i dominanti in Italia, di peggior natura, piú efficaci, piú gravi, piú estesi e frequenti e divulgati, piú dannosi, piú caratteristici e distinti nella nostra societá e nella nostra vita che altrove.

Si vede dalle sopraddette cose che l’Italia è, in ordine alla morale, piú sprovveduta di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea e civile, perocché manca di quelli che ha fatti nascere ed ora conferma ogni dí piú co’ suoi progressi la civiltá medesima, ed ha perduti quelli che il progresso della civiltá e dei lumi ha distrutti. Sí per l’una parte è inferiore alle nazioni piú cólte o certo piú istruite, piú sociali, piú attive e piú vive di lei, per l’altra alle meno cólte e istruite e men sociali di lei, come dire alla Russia, alla Polonia, al Portogallo, alla Spagna, le quali conservano ancora una gran parte de’ pregiudizi de’ passati secoli, e dalla ignoranza hanno ancor qualche garanzia della morale, benché sien prive di quella che dá alla morale la societá e il sentimento delicato dell’onore. Il quale stato, della Spagna in particolare, fece dire allo Chateaubriand prima della sua rivoluzione, che quando gli altri popoli rotti e invecchiati dall’eccesso della civiltá, e per conseguenza dalla corruzione, avrebbero perduta ogni virtú, e seco ogni forza valore ed energia, la Spagna ancor fresca, ancor vicina alla natura, si sarebbe trovata in quello stato di vigore che nasce da’ principi e da’ costumi non corrotti di una nazione, serbata lontana e illesa dal commercio cogli altri popoli; e che quello sarebbe stato il tempo in cui la Spagna sarebbe tornata a risplendere, e ricomparsa superiore all’altre nazioni in Europa, come l’unica non corrotta. Nel che lo Chateaubriand, come in molte altre cose, e per conseguenza necessaria di molti suoi falsi principi, s’ingannava grandemente. Si potrá forse disputare non poco se l’antica civiltá sia da preporre o posporre alla moderna, in ordine alla felicitá, sì dell’uomo sì de’ popoli, ed alla virtú, valore, vita, energia ed attivitá delle nazioni. Ma lo stato della Spagna non ha niente a fare coll’antica civiltá. Tutto quello in che la Spagna (e i popoli che se le assomigliano) si distingue dagli altri popoli d’Europa (prescindendo dalle differenze di necessitá occasionate dal clima e carattere nazionale; differenze che si trovano fra tutte l’altre nazioni anche civilissime) appartiene alla barbarie de’ tempi bassi, è una derivazione o piuttosto una continuazione di quella. Se la Spagna differisce dalle altre europee e dalle sue vicine, piú che tutte queste altre non differiscono tra loro anche tra le piú lontane, ciò non accade perch’ella abbia nulla d’antico o conservato, o racquistato, ma perch’ella ha conservato della barbarie dell’etá media assai piú ella sola che tutte l’altre nazioni civili insieme. Ora i costumi, le opinioni e lo stato propriamente antico favorivano, conducevano, e generavano il grande; ma quelli del tempo basso, in generale considerandoli, non hanno mai né favorito né prodotto niente di grande, né sono di natura da poterne produrre o da esser compatibili colla vera grandezza né dell’individuo né molto meno delle nazioni. È un falsissimo modo di vedere quello di considerar la civiltá moderna come liberatrice dell’Europa dallo stato antico. Questo falso concetto guasta generalissimamente il giudizio e il vero modo di pensare sulla storia e le vicende del genere umano e delle nazioni, ed è un errore o una svista sostanzialissima che turba e falsifica tutta l’idea che un filosofo può concepire in grande sulla detta storia e sui progressi o andamenti dello spirito umano. Il risorgimento è stato dalla barbarie de’ tempi bassi, non dallo stato antico; la civiltá, le scienze, le arti, i lumi, rinascendo, avanzando e propagandosi non ci hanno liberato dall’antico, ma anzi dalla totale e orribile corruzione dell’antico. In somma la civiltá non nacque nel quattrocento in Europa, ma rinacque. Certo ella non fu totalmente conforme alla prima, anzi beaucoup s’en faut; le circostanze non lo consentirono allora, e ne l’hanno forse piú che mai allontanata in progresso, ed allontanano ogni di piú, ma in quanto ella ci rende diversi dagli antichi, si può forse molto dubitare se ella faccia un benefizio agl’individui e alle nazioni e se giovi alla felicitá, virtú e grandezza sí degli uni separatamente considerati e sí dell’altre considerate ciascuna in corpo e tutte insieme. Il grandissimo e incontrastabile beneficio della rinata civiltá e del risorgimento de’ lumi si è di averci liberato da quello stato egualmente lontano dalla coltura e dalla natura proprio de’ tempi bassi, cioè di tempi corrottissimi; da quello stato che non era né civile né naturale, cioè propriamente e semplicemente barbaro; da quella ignoranza molto peggiore e piú dannosa di quella de’ fanciulli e degli uomini primitivi; dalla superstizione, dalla viltá e codardia crudele e sanguinaria; dall’inerzia e timiditá ambiziosa, intrigante e oppressiva; dalla tirannide all’orientale, inquieta e micidiale, dall’abuso eccessivo del duello, dalla feudalitá dal baronaggio e dal vassallaggio, dal celibato, volontario o forzoso, ecclesiastico o secolare; dalla mancanza d’ogni industria e deperimento e languore dell’agricoltura; dalla spopolazione, povertá e fame, peste, che seguivano ad ogni tratto da tali cagioni; dagli odii ereditarii e di famiglia; dalle guerre continue e mortali e devastazioni a incendi di cittá e di campagna tra re e baroni, re e sudditi, baroni e baroni, baroni e vassalli, cittá e cittá, fazioni e fazioni, e suddivisioni di partiti, famiglie e famiglie, dallo spirito non d’eroismo ma di cavalleria e d’assassineria; dalla ferocia non mai usata per la patria né per la nazione; dalla total mancanza di nome e di amor nazionale patrio, e di nazioni; dai disordini orribili nel governo, anzi dal niun governo, niuna legge, niuna forma costante di repubblica e amministrazione, incertezza della giustizia, de’ diritti, delle leggi, degl’instituti e regolamenti, tutto in potestá e a discrezione e piacere della forza, e questa per lo piú posseduta e usata senza coraggio, e il coraggio non mai per la patria e i pericoli non mai incontrati per lei, né per gloria, ma per danari, per vendetta, per odio, per basse ambizioni e passioni, o per superstizioni e pregiudizi; i vizi non coperti d’alcun colore, le colpe non curanti di giustificazione alcuna, i costumi sfacciatamente infami anche ne’ piú grandi e in quelli eziandio che facean professione di vita e carattere piú santo, guerre di religione, intolleranza religiosa, inquisizione, veleni, supplizi orribili verso i rei veri o pretesi, o i nemici, niun diritto delle genti, tortura, prove del fuoco, e cose tali. Da questo stato ci ha liberati la civiltá moderna; da questo, di cui sono ancora grandissime le reliquie, ci vanno liberando sempre piú i suoi progressi giornalieri; da’ suoi effetti e da suoi avanzi e dalle opinioni che li favoriscono procura e sforzasi di liberarci la nuova filosofia, nata, si può dire, non ancor sono due secoli, e intenta propriamente a terminare e perfezionare il nostro risorgimento dagli abusi, pregiudizi (peggiori assai che l’ignoranza), depravazione e barbarie de’ tempi bassi; degna perciò solo di lode e gratitudine e gloria e favore e coltura, e perciò solo utile, o almeno perciò principalmente. Questo stato e natura di cose, propriamente parlando, o gli effetti ed avanzi suoi, o gli usi, le opinioni e le forme ad essa appartenenti o corrispondenti, amano, difendono, lodano, cercano di ritenere e salvare dalla distruzione a cui sono incamminate i nemici della moderna filosofia, quelli che piangono, condannano, biasimano, oppugnano, combattono la civiltá moderna e i lumi del secolo e i suoi progressi, e quelli che fecero il simile ne’ passati secoli, quelli che richiamano o richiamarono l’antico, e se ne chiamano difensori e conservatori e lo prendono per loro divisa, e gridano e s’indegnano contro la novitá; laddove il vero antico è in gran parte quello appunto che essi combattono; e non v’è cosa piú propriamente antica di moltissime di quelle che essi chiamano novitá e che impugnano come tali, e se ne maravigliano gravemente, come cose finora ignote al genere umano, e contrarie all’esperienza, e perciò perniciosissime.

Da questa disgressione tornando al proposito, dico che la Spagna in particolare, e seco le nazioni d’Europa o d’altrove che le somigliano piú o manco, benché sottoposte a infiniti inconvenienti ed a uno stato in veritá non invidiabile, hanno pur qualche residuo di fondamento alla morale pubblica e privata, oltre alla forza, ne’ pregiudizi stessi e nella ignoranza di tante cose rivelate dai lumi moderni, e nell’avanzo non piccolo della barbarie dell’etá media. Il qual fondamento manca all’Italia, senza che sia compensato da quello che la civiltá moderna istessa offre alle nazioni d’Europa e d’America piú sociali e piú vive di lei.

Gl’italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi. Poche usanze e abitudini hanno che si possano dir nazionali; ma queste poche, e l’altre assai piú numerose che si possono e debbono dir provinciali e municipali, sono seguite piuttosto per sola assuefazione che per ispirito alcuno o nazionale o provinciale, per forza di natura, perché il contraffar loro o l’ometterle sia molto pericoloso dal lato dell’opinione pubblica, come è nell’altre nazioni, e perché quando pur lo fosse, questo pericolo sia molto temuto. Ma questo pericolo realmente non v’è, perché lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertá di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che il pubblico se ne impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n’impacci mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o dispiacere, approvazione o disapprovazione. Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo, che ciascuno segua l’uso e il costume proprio, qual che egli si sia. E gli usi e costumi generali e pubblici, non sono, come ho detto, se non abitudini, e non sono seguiti che per liberissima volontá, determinata quasi unicamente dalla materiale assuefazione, dall’aver sempre fatta quel tal cosa, in quel tal modo, in quel tal tempo, dall’averla veduta fare ai maggiori, dall’essere stata sempre fatta, dal vederla fare agli altri, dal non curarsi o non pensare di fare altrimenti o di non farla (al che basterebbe il volere); e facendola del resto con pienissima indifferenza, senz’attaccarvi importanza alcuna, senza che l’animo né lo spirito nazionale, o qualunque, vi prenda alcuna parte, considerando per egualmente importante il farla che il tralasciarla o il contraffarle, non tralasciandola e non contraffacendole appunto perché nulla importa, e per lo piú con disprezzo, e sovente, occorrendo, con riso e scherno di quel tal uso o costume.

Da tutte le cose considerate di sopra come cagioni della total mancanza o incertezza di buoni costumi in Italia, e della mancanza eziandio di costumi propriamente italiani (la qual mancanza è sempre compagna e causa di mali costumi), segue un effetto reale, che può parere un paradosso, cioè che (siccome v’ha piú propriamente costumi), v’ha migliori o men cattivi costumi nelle capitali e cittá grandi d’Italia, che nelle provincie, e nelle cittá secondarie e piccole. La ragione si è che in quelle v’ha un poco di societá, quindi un poco piú di cura dell’opinion pubblica, e un poco piú di esistenza reale di questa opinione, quindi un poco piú di studio e spirito di onore, e gelosia della propria fama, un poco piú di necessitá e di cura di esser conforme agli altri, un poco piú di costume, e quindi di buon o men cattivo costume. Al contrario di quel che può sembrar verisimile, le cittá piccole e le provincie d’Italia sono di costumi e di principi assai peggiori e piú sfrenati che le capitali e cittá grandi, che sembrerebbero dover essere le piú corrotte, e per tali sono state sempre considerate, e si considerano generalmente anche oggi, ma a torto. In generale egli è certo che dopo la distruzione o indebolimento de’ principi morali fondati sulla persuasione, distruzione causata dal progresso e diffusione dei lumi, si verifica una cosa, che spesso affermata, è stata forse falsa in ogni altro tempo; cioè che nel mondo civile le nazioni, le provincie, cittá, le classi, gl’individui piú còlti, piú politi, sociali, esperimentati nel mondo, istruiti, e in somma piú civili, sono eziandio i meno scostumati e immorali nella condotta, e in parte ancora ne’ principi, cioè in quei principi di morale che si fondano sopra discorsi e ragioni al tutto umane. Tutto ciò è esattamente vero nell’Italia in generale, non solamente quanto alle cittá e province, ma eziandio quanto agl’individui e quanto alle classi, almeno almeno a quelle non laboriose, paragonate fra loro. E forse in alcuni luoghi le classi civili si troveranno piú morali, per esempio di piú buona fede, anche paragonandole alle classi laboriose; tanta è la diffusione de’ principi distruttivi della morale in Italia come altrove. I quali principi non hanno nelle condizioni basse altra cosa che li compensi, oltre che in esse non sono accompagnati da quegli altri principi che raffreddano le passioni e i desideri degli uomini illuminati e sperimentati sulla natura e il valore de’ beni umani. Onde la distruzione o indebolimento de’ principi (ch’è il piú pronto e il piú facile effetto della diffusione dei lumi, perché favorito sommamente dalle inclinazioni naturali, e il lume che piú agevolmente penetra e si abbraccia) è accompagnato in queste tali condizioni collo stesso ardore di cupiditá e di passioni che prima avevano, il quale stato è il piú pernicioso, e il favorevole, anzi necessario compagno, alla scostumatezza, che mai possa darsi; oltre alla viltá de’ pensieri, alla bassezza d’animo, alla poca stima di sé stessi, propria di tali condizioni. Cosí discorrasi proporzionatamente dell’altre classi, e delle province e popolazioni e nazioni comparativamente l’une all’altre. La civiltá che sotto molti aspetti è chiamata e veramente è corruzione, pure infondendo lo spirito di onore mediante l’uso della societá, e la stima dell’opinion pubblica che di lá nasce, e la gelosia e cura di quel che gli altri pensino e dicano di te, o sieno per pensare e per dire, opera oggidí in modo, che mancando generalmente, piú o meno, gli altri principi morali, e gli altri aiuti e garanti della morale, i costumi dove è minor civiltá, cioè corruzione, quivi son piú corrotti, o vogliamo in somma dir piú cattivi. Il che negli altri tempi non poteva aver luogo, perché gli altri fondamenti della morale pubblica e privata non erano distrutti, né mai forse furono cosí indeboliti; e qualunque altro di tali fondamenti è molto maggiore e piú considerabile e saldo di quel che offre la civiltá (fondamento ben superficiale, nondimeno da tener carissimo perché oramai unico possibile); onde dov’era minor civiltá quivi essendo piú di quegli altri fondamenti (che la civiltá ha sempre «sapés»), la morale doveva esservi migliore che dove era piú civiltá. Del resto, la civiltá ripara oggi quanto ai costumi in qualche modo i suoi propri danni, quando ella sia in un certo grado: e però non può farsi cosa piú utile ai costumi oramai che il promuoverla e diffonderla piú che si possa, come rimedio di sé medesima da una parte, e dall’altra di ciò che avanza della corruzione estrema e barbarie de’ bassi tempi, o che a questa appartiene, e corrisponde al di lei spirito, e all’impulso impresso e ai vestigi lasciati da lei nelle nazioni civili. Parlando sommariamente e senza simulazione, ma chiaramente, la morale propriamente è distrutta, e non è credibile che ella possa risorgere per ora; né chi sa fino a quando, e non se ne vede il modo, i costumi possono in qualche guisa mantenersi, e solo la civiltá può farlo ed essere instrumento a questo effetto, quanto ella sia in un alto grado.

Fin qui abbiamo considerato negli italiani la mancanza di societá. A questa si deve anche aggiungere come altra cagione de’ medesimi o simili effetti la natura del clima e del carattere nazionale che ne dipende e risulta. È tanto mirabile e simile a paradosso, quanto vero, che non v’ha né individuo né popolo sì vicino alla freddezza, all’indifferenza, all’insensibilitá e ad un grado cosí alto e profondo e costante di freddezza, insensibilitá e indifferenza, come quelli che per natura sono piú vivaci, piú sensibili, piú caldi. Collocati questi tali o popoli o individui in uno stato e in circostanze o politiche o qualunque, in cui niuna cosa conferisca all’immaginazione e all’illusione, anzi tutto contribuisca al disinganno, questo disinganno per la vivacitá stessa della loro natura e in ragione diretta di essa vivacitá è completo, totale, fortissimo, profondissimo. L’indifferenza che ne risulta è perfetta, radicatissima, costantissima; l’inattivitá, se si può cosí dire, efficacissima; la noncuranza effettivissima; la freddezza è vero ghiaccio, come accade nel gran caldo, che i vapori sono da esso elevati a tanta altezza che quivi stringendosi nel piú duro gelo, precipitano ridotti in gragnuola. I popoli settentrionali meno caldi nelle illusioni, sono anche meno freddi nel disinganno. Di piú sono meno facili a questo disinganno. Poca cosa basta ad alimentare la loro immaginazione, a conservare le loro illusioni. Cosí dico degl’individui poco sensibili. Ma la gran forza del sentimento e dell’immaginazione ha bisogno di molto pascolo, di aiuti vivi, di qualche sostentamento nelle cose reali. Altrimenti rivolgendo la sua forza e il suo calore in sé stessa si consuma da sé tanto piú presto e piú completamente quanto essa forza, ed esso calore, è piú grande ed attivo. Uno spirito delicato messo a contatto della durezza delle cose reali, e confricato per cosí dire con essi, diviene tanto piú presto e tanto maggiormente ottuso quanto era piú acuto e piú fino, e tanto piú facilmente e profondamente incallisce quanto era piú delicato, tenero e molle. Cosí accade nel fisico, cosí nel morale. Or dunque, se noi consideriamo da una parte questa proprietá inseparabile dagli spiriti vivaci e sensibili, cioè di cadere tanto piú facilmente e altamente nelle qualitá contrarie (proprietá comune a tutti gli eccessi sempre proclivi e vicini ai loro opposti), e ciò anche in paritá delle altre circostanze rispetto agli spiriti riposati e temperati o freddi o insensibili per natura; e dall’altra parte che non solo questa paritá di circostanze nel nostro caso non ha luogo, ma che l’Italia è in uno stato, quanto alle cose reali che favoriscono l’immaginazione e le illusioni, molto inferiore a quello di tutte l’altre nazioni civili (parlo delle circostanze della vita e non di quelle del clima e naturali, che anzi nocciono per le dette ragioni); non ci maraviglieremo punto che gl’italiani, la piú vivace di tutte le nazioni cólte e la piú sensibile e calda per natura, sia ora per assuefazione e per carattere acquisito la piú morta, la piú fredda, la piú filosofa in pratica, la piú circospetta, indifferente, insensibile, la piú difficile ad esser mossa da cose illusorie, e molto meno governata dall’immaginazione neanche per un momento, la piú ragionatrice nell’operare e nella condotta, la piú povera, anzi priva affatto di opere d’immaginazione (nelle quali una volta, anzi due volte, superò di gran lunga tutte le nazioni che ora ci superano), di poesia qualunque (non parlo di versificazione), di opere sentimentali, di romanzi, e la piú insensibile all’effetto di queste tali opere e generi (o proprie o straniere). E d’altra parte non fará maraviglia che i popoli settentrionali, e massime i piú settentrionali, sieno oggi i piú caldi di spirito, i piú immaginosi in fatto, i piú mobili e governabili dalle illusioni, i piú sentimentali e di carattere e di spirito e di costumi, i piú poeti nelle azioni e nella vita, e negli scritti e letterature. Questa è una veritá di fatto che salta agli occhi, sebben sembra singolare e mostruosa. E per recare un esempio, dove mai si potrebbe se non in Germania e nel fondo del settentrione, mantenere e sussistere a’ tempi nostri, e in tanto dissipamento d’illusioni, la societá dei «Fratelli Moravi» e molti altri simili stabilimenti e costumi, fondati sopra soli principi e sopra la sola forza dell’opinioni? e opinioni certo non conformi all’esatta, secca e fredda filosofia geometrica moderna. Che dirò del quakerismo che ancora dura? e di cento cose simili d’Inghilterra, Germania, e degli altri popoli del nord? Né mi si oppongano simili pratiche, religiose o qualunque, degl’italiani, perché queste in Italia, come ho detto, sono usi e consuetudini, non costumi, e tutti se ne ridono, né si trovano piú in Italia veri fanatici di nessun genere, appena tra quelli che per istato hanno interesse alla conservazione di questa o quella specie di fanatismo o d’illusioni. Certo le dette pratiche de’ settentrionali sanno affatto di antico, e niente di moderno, e paiono incompatibili co’ tempi nostri, e quasi innesti dell’antichitá in essi tempi. E notisi che esse pratiche sono in gran parte, e forse le piú, di origine modernissima, anzi nate dalle moderne rivoluzioni di opinioni e di politica, e giornalmente ne nascono delle simili

Tutto questo, torno a dire, sembra mostruoso e contraddittorio, se non si spiega con le considerazioni fatte di sopra. Ma tant’è. I popoli meridionali superarono tutti gli altri nella immaginazione e quindi in ogni cosa a’ tempi antichi; e i settentrionali per la stessa immaginazione superano di gran lunga i meridionali a’ tempi moderni. La ragione si è che a’ tempi antichi lo stato reale delle cose e delle opinioni ragionate favoriva tanto l’immaginazione quanto ai tempi moderni la sfavorisce. E però in pratica l’immaginazione de’ popoli meridionali era tanto piú attiva di quella de’ settentrionali quanto è ora al contrario, perché la freddezza della realtá ha tanta piú forza sulle immaginazioni e sui caratteri quanto essi sono piú vivi e piú caldi. E certo le nazioni settentrionali, e massime il popolo, sono molto piú paragonabili e simili oggidí alle antiche che non sono le nazioni, e massime il popolo, del mezzogiorno, laddove è pur certo che, dovendo sceglier tra i climi e tra i caratteri naturali dei popoli una immagine dell’antichitá, niuno dubiterebbe di scegliere i meridionali, e i settentrionali viceversa per immagini del moderno.

A proposito delle quali osservazioni, sia detto di passaggio, che io non dubito di attribuire in gran parte la decisa e visibile superioritá presente delle nazioni settentrionali sulle meridionali, sì in politica, sì in letteratura, sì in ogni cosa, alla superioritá della loro immaginazione. Né questa, né quella per conseguenza, sono da considerarsi per cose accidentali. Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. Finora ha sempre brillato e potuto nel mondo il mezzogiorno. Ed esso era veramente fatto per brillare e prepotere in tempi quali furono gli antichi. E il settentrione viceversa è propriamente fatto per tenere il disopra ne’ tempi della natura de’ moderni. Ciò si vide in parte, per circostanze simili de’ popoli civili, nelle etá di mezzo. E come la detta natura e disposizione de’ tempi moderni non è accidentale né sembra potere essere passeggera, cosí la superioritá del settentrione non è da stimarsi accidentale né da aspettarsi che passi, almeno in uno spazio di tempo prevedibile. L’abbondanza e l’eccesso della vita cede alla mediocritá ed anche alla scarsezza della medesima, da poi che quella non ha piú come alimentarsi nella realtá delle cose e dello stato sociale, e che le opinioni ragionate contrastano seco e l’opprimono

Come la vita e la forza interna e dello spirito è naturalmente maggiore ne’ meridionali, e negl’individui sensibili e ne’ fini ingegni, che non è negli altri, perciò essi sono nelle loro azioni e nel loro carattere piú determinati e governati, per dir cosí, dall’animo, e meno macchinali che gli altri popoli e individui. Quindi è che quando i principi e le persuasioni loro sono contrarie alle illusioni, fredde, conducenti all’indifferenza, all’ariditá, al puro calcolo, anche i caratteri e le azioni loro sono al tutto e costantemente fredde, calcolate, indifferenti, insensibili, piú assai che negli altri popoli e individui anche piú istruiti, piú filosofi, piú fondati e provveduti di principi contrari alle illusioni e all’immaginoso, e conducenti alla freddezza, indifferenza, insensibilitá. La corrispondenza tra i principi e la pratica è molto maggiore e piú costante in quelli che non è negli altri.

 

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21 Ottobre 2022