La complessità del senso
27 11 2022

La figlia oscura

The Lost Daughter
Regia Maggie Gyllenhaal, 2021
Sceneggiatura Maggie Gyllenhaal
Fotografia Hélène Louvart
Attori Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson, Ed Harris, Peter Sarsgaard, Dagmara Dominczyk, Paul Mescal, Jack Farthing, Robyn Elwell, Ellie Blake, Oliver Jackson-Cohen, Panos Koreonis, Alexandros Mylonas, Alba Rohrwachwer, Nikos Poursanidis, Athena Martin.
Premi Venezia 2021: Sg Maggie Gyllenhaal.

Una bambina perde la sua bambola e rischia di non ritrovarla più. Il tratto oscuro non è della figlia ma della madre. Il Lost del titolo originale ha un senso complesso, che ci è dato dal film rivolto specialmente ai sentimenti materni. Una madre lo colga a modo proprio, “leggendo” il racconto e, anche, uscendone, in un elastico produttivo di pertinenti oscurità allusive. Lettura è termine più adatto al testo di partenza – il romanzo di Elena Ferrante -, ma non possiamo non lasciarci suggestionare dalla regia (la prima per Maggie Gyllenhaal, attrice brava e di lunga esperienza) “morbida” e paradossalmente realistica, “documentaria” di corpi, sensazioni e memorie, irriferibili se non a patto di trasgressioni e trasposizioni tematiche mai del tutto (per forza di cose) identificabili. Una madre ci metta del suo. Una bambina di cinque anni può perdersi in una fuga (disperazione/protesta) dalla mamma distratta non per distrazione semplice. A ritrovarla è Leda (Olivia Colman), madre altra, più matura, americana professoressa di lingua comparata (italiano) in vacanza in Grecia. Distratta anche lei, Leda cede in spiaggia alla vicinanza e all’intrusione di vicini di sdraio. Ma viene soprattutto presa dal ritrovamento, insieme alla bambina, della bambola perduta – oggetto “nascosto” di un’infanzia ricca di profondità femminili. La giovane Nina (Dakota Johnson), oltre che madre svaga (da sé e soprattutto dall’inadeguato Lui), ha il potere attrattivo, verso Leda, come di una possibilità – quasi letteraria – di conquista del sé e di alternativa al piacere composto. Le due donne si avvicinano, ciascuna sembra poter offrire all’altra un respiro. L’esterno, però, resta fuori e il dentro coltiva la bambola perduta. Leda la nasconde, la fa sua. Niente all’intorno appare più verosimile, meno che mai il “misterioso” fascino dell’uomo fatto e grinzoso (Ed Harris), dall’attrazione non ben verificata. La pelle, se mai, ha le sue sensazioni, ripescaggi di un tempo perduto, solitudini non più colmate (brava Jessie Buckley nel ruolo di Leda giovane), voglia finalmente di andarsene, a finire, a tornare in un sonno/sogno cullato all’onda sulla battigia mentre il film si chiude. Si era aperto, anche, tempo prima.

Franco Pecori

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7 Aprile 2022