La complessità del senso
02 10 2022

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Nightmare Alley
Regia Guillermo del Toro, 2021
Sceneggiatura Guillermo del Toro, Kim Morgan
Fotografia Dan Laustsen
Attori Bradley Cooper, Cate Blanchett, Toni Collette, Willem Dafoe, Richard Jenkins, Rooney Mara, Ron Perlman, David Strathaim, Mary Steenburgen.

Non è vero ma fingo di crederci. Il mentalismo nell’America degli anni Trenta/Quaranta, mentre Churchil attende che Roosvelt dichiari guerra al Giappone. Psicoanalisi protagonista in uno scenario che accosta l’eccentrica povertà del baraccone da fiera alla tronfia imponenza assassina della società in abito da sera. Thriller/noir da campo, prodotto e gestito alla grande e ridotto a “stracci” nelle sequenze d’attacco e nel finale, il filmone (150 minuti) di Guillermo del Toro si nutre degli orrori della finzione e della grossa immagine tematica su cui poggia la trama, tratta dal romanzo di William Lindsay Gresham, già tradotto in film nel 1947 (Nightmare Alley, Edmund Guilding, con Tyrone Pwer e Helen Walker). L’intelligenza (perversa) di Stanton (Bradley Cooper), protagonista “poveraccio”, è tutt’altro che intaccata dall’ambiente “miserabile” (le virgolette possono suggerire un vago e non casuale richiamo a una Hugo-aura) da cui lo vediamo emergere. Nel circo ambulante c’è posto per i trucchi dai quali la gente è contenta di venire abbindolata. Stan intuisce che si può fare di più. Mette a frutto la sapienza del vecchio Pete (David Strathaim), marito della veggente Zeena (Toni Collette) e, lasciando tra parentesi la sua riflessione più seria (“Quando un uomo crede alla proprie bugie, inizia a credere di avere un potere, non vede più la realtà”), trascina come assistente nella grande città la giovane Molly (Rooney Mara). Il gioco illusorio si fa duro. Il mentalista acquista fama e si mette in grande. Incontra Lilith e gli sembra di aver trovato in una partner più adeguata. Psicoanalista autorevole, introdotta in ambienti alti, potrà essere lei il giusto tramite per accalappiare personaggi ricchi. Ma il regista ci mette a parte di un aspetto significativo, di cui invece Stan non si accorge: Lilith ha la maschera di Cate Blanchett. Non potrà esservi scampo. La professionista sottopone il suo nuovo partner a sedute freudiane la cui drammaticità apprezzeremo più avanti. La progressiva trasformazione di Stan da agente a vittima è la chiave di lettura del racconto che rapidamente vira verso un formato thriller piuttosto scuro. Ezra Grindle (Richard Jenkins), vecchio facoltoso, perverso e bisognoso di “purificazione” per un amore e una vicenda risalente al 1901, segnerà per Stan il punto di fallimento della vita come inganno. L’elemento “azione” interviene solo strumentalmente nella costruzione di un sottofinale che non raccontiamo. La condizione di “selvaggio”, da cui era partito, attende di nuovo Stan. Consapevole, tornerà al proprio destino: “Sono nato per questo”, dice piangendo e ridendo. Sul nero, Stardust di Hoagy Carmichael.

Franco Pecori

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27 Gennaio 2022