La complessità del senso
28 05 2022

Il potere del cane

The Power of the Dog
Regia Jane Campion, 2021
Sceneggiatura Jane Campion
Fotografia Ari Wegner
Attori Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons, Modi Smith-McPhee, Thomasin McKenzie, Geneviève Lemon, Peter Carroll, Alison Bruce, Keith Carradine, Frances Conroy, Adam Beach, Sean Keenan, Cohen Holloway.
Premi Venezia 2021: Leone d’Argento per la regia. Oscar 2022: regia.

Da Un angelo alla mia tavola 1990, a Lezioni di piano 1993, a In the Cut 2003 il cinema della neozelandese Jane Campion contiene nella forma il potere evocativo del tema/ problema. La regista vede dentro senza darlo a vedere; o meglio, senza esporre il programma a livello dello storyboard. Merce rara in un periodo in cui le problematiche più scottanti vengono consegnate all’espressione dei Supereroi. Qui siamo nel Montana (il film è girato in Nuova Zelanda), è il 1925. Se vedete il western non pensatelo. Ranch è luogo evocativo, con le mandrie, le pelli messe ad asciugare al sole, con i cavalli da addestrare e da cavalcare. Il luogo/rifugio è, specialmente all’interno, nell’arredamento e nella funzionalità “casalinga”, il portato ereditario di un secolo addietro. Tutto può sembrare tranquillo, consolidato. I fratelli Burbanks, Phil (Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons), dovrebbero essere i garanti di una continuità, la quale invece si mostra, per magia registica, scricchiolante, misteriosamente legata a una corda confezionata a mano nei tempi della riflessione e dell’autarchia. Il romanzo da cui, dello scrittore americano Thomas Savage, radicato nella fantasia del Montana, arrivò in Italia sulla scia degli anni Sessanta, il che mostra consonanza con la carica di ambiguità rinnovatrici (contestative) di quel periodo. Il film della Campion conserva ed estrae dallo scritto la continuità dell’indagine “interiore” – attenzione: niente psicoanalisi – proiettandone il valore schermico sul piano di una non-azione attendista, che spinge alla riflessione, attenuando il movimento e cercando corrispondenze esterno/interno produttrici di senso. La distanza secolare è scolpita nel film montato, trapassa lo schermo e deposita con la visione il fermento di irrequiete indecisioni tipiche del nostro tempo. I due fratelli sono una persona sola, lasciamo allo spettatore il componimento delle differenze. Phil, non si lava in casa, fa il bagno nel bosco, dove ha una tana in cui occulta il segreto di un’amicizia giovanile, difficile da scomporre. Rude e scontroso, fa il maleducato mettendo a disagio George, apparentemente tranquillo e perfino sentimentale. Un bel giorno George rientra in fattoria con una moglie a sorpresa, Rose (Kirsten Dunst), veicolo e innesco di interiorità. La sua grazia non è tranquillizzante, ha un figlio poco più che adolescente (Thomasin McKenzie), facile – così sembra – da configurare come predisposto all’omosessualità. Ma è importante l’impatto che ne prova Phil, il quale, per difendersene, mette in scena un ruvido “contrasto”. Finirà in un altro modo. Forse Rose smetterà di bere, forse un destino di morte scioglierà la rudezza poetica del cowboy. E la grande testa di cane – “Se non riesci a vederlo non c’è”, avverte Phil – dominante sulla vallata dalle pendici rocciose che segnano lo sfondo della scena avrà dettato il senso di una storia oggettiva quanto interattiva, tra persone e loro romanzi, nell’epoca  in cui il tracciato di una situazione poteva configurarsi ancora in comportamenti conformi. La storia può essere fonte metaforica di agitazioni a venire.

Franco Pecori

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17 Novembre 2021