La complessità del senso
19 11 2017

Them

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Ils
David Moreau, Xavier Palud, 2006
Olivia Bonamy, Michaël Cohen.

Fa paura? Ma quanta paura? Non è raro sentirsi rivolgere simili domande in vista di un film horror, thriller, o che comunque prometta forti emozioni nel senso di intense percezioni di pericolo. La risposta non è facile, perché molto dipende dall’atteggiamento dello spettatore. Per esempio: voglia di farsi comunque spaventare, di subire l’emozione, di abbandonarvisi “irrazionalmente”? O propensione per l'”indagine”, per la scoperta  del “trucco” (narrativo, visivo, psicologico) attraverso cui si viene coinvolti nella tensione? E via dicendo. Occorre domandarsi, allora, se la “paura” perduri anche dopo la visione del film. Perché ciò accada, infatti, è necessario che le ragioni di certe emozioni abbiano una logica, sia narrativa che percettiva, interna al film stesso, una  coerenza, una verosimiglianza. Altrimenti, la “paura” sarà sciocca, falsa. Dunque loro (Them, Ils) mettono paura? Chi sono? Sono “presenze” che turbano la tranquillità di una giovane coppia – Clémentine insegnante di liceo, Lucas scrittore – che vive in una casa isolata vicino a Bucarest. Queste presenze si manifestano in diversi modi. A tratti sembra che vogliano essere “fantasmi” e spaventare con strani rumori, a tratti fanno sentire aggressività e tentano violenza fino alla persecuzione fisica. La regia è incerta e non resiste alla tentazione di usare il cinema per mostrare eventi che potrebbero essere soltanto frutto di poteri soprannaturali. Il mistero rischia di diventare confusione. Più che crescere la “paura” si spande in direzioni incerte e quindi si attenua. E alla fine, la soluzione, improvvisamente realistica, banalizza l’evento “indicando” con eccessiva disinvoltura la drammatica fonte d’ispirazione. A quel punto, il contenuto meriterebbe una rivisitazione in tutt’altra chiave, non certo di “paura”. Ma ci vorrebbe un altro film.

Franco Pecori

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27 aprile 2007