La complessità del senso
22 09 2017

Kill me please

Kill Me Please
Olias Barco, 2010
Fotografia Frédéric Noirhomme
Aurélien Recoing, Benoît Poelvoorde, Saul Rubinek, Bouli Lanners, Virgile Bramly, Zazie De Paris, Daniel Cohen, Virginie Efira, Muriel Bersy, Nicolas Buysse, Ingrid Heiderscheit, Jerome Colin, Ewin Ryckaert, Stéphane Malandrin, Olga Grumberg, Vincent Tavier, Bruce Ellison, Clara Cleymans, Gerard Rambert, Stéphanie De Crayencour, Philippe Grand’Henry, Philippe Nahon.
Roma 2010, concorso: Marc’Aurelio d’Oro

Un’appropriata fotografia in bianco&nero accentua il paradossale “immaginario del suicidio” che il regista belga,  al suo secondo lungometraggio (il primo Snowborder, del 2002, non si è visto in Italia), propone in forma di horror/noir trasognato, con una carica di ironia più che sufficiente a suscitare risate sarcastiche. La materia è stimolante. Il Dr. Kruger (Recoing, The Horde) ha pensato bene di offrire agli aspiranti suicidi la possibilità di togliersi la vita senza dover soffrire le pene corporali e spirituali legate alle usuali tecniche dell’autosoppressione. Purché abbiano i mezzi economici per farlo (si intuisce che non debbano essere miseri), gli aspiranti al trapasso volontario possono chiedere ospitalità nella clinica di Kruger, fornita di tutta l’attrezzatura medica necessaria e di ogni confort anche psicologico. Kruger stesso li assisterà personalmente, esaudirà i loro “ultimi desideri”, lasciando che ciascuno si prenda tutto il tempo necessario ad affrontare  l’atto decisivo e sempre comunque pronto ad accogliere eventuali ripensamenti dell’ultimo minuto. Unica condizione: il sorso di bevanda avvelenata farà effetto nel tempo massimo di tre minuti e non ammetterà rimedio. La varietà tipologica degli speciali ospiti è tale da costituire di per sé il divertimento più intrigante. Delineati con un tratteggio che non sfora mai nel  campo della farsa, i personaggi hanno un netto carattere di verosimiglianza, che ci fa riflettere sulle molte ragioni ipoteticamente valide per un taglio definitivo con l’esistenza, ragioni solo in apparenza personali ma, a veder bene, non così “intime” come potrebbe sembrare. Tanto che, al dunque, Kruger si accorge di come la morte sia molto meno controllabile e gestibile di quel che egli credesse. Il film, in origine, doveva intitolarsi Dignitas. Si chiama così l’associazione svizzera per l’eutanasia assistita.

Franco Pecori

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14 gennaio 2011