La complessità del senso
19 11 2017

Hollywood ending

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Hollywood Ending
Woody Allen, 2002
Woody Allen, Geroge Hamilton, Téa Leoni, Debra Messing, Mark Rydell, Tiffani-Amber Thiessen, Treat Williams.

 

Se qualcuno, per assurdo, non avesse ancora capito il cinema di Woody Allen, le sue leggi interne, le passioni e le regole dell’autore, questa è l’occasione per farsi un’idea precisa. Il film, pur autonomo nella sua “esile” struttura, è esemplare nell’esposizione, stavolta proprio diretta, della filosofia del regista. La nevrosi e la sua rappresentazione, la distanza che passa: come fare un film non nevrotico sulla nevrosi. Quale nevrosi? Ma quella dell’autore che non riesce a “vedere” il suo film, tanto da diventare cieco! Ma niente paura, il regista cieco farà ugualmente il suo film. Sulle prime non piacerà al pubblico né alla critica americana, ma poi, grazie ai francesi, l’autore sarà considerato un genio. E vissero felici e contenti. Già, perché “Hollywood Ending”, al di là della “filosofia”, racconta una storia d’amore. E se non vi interessano i discorsi sulla poetica, verrete presi dalla poesia dell’amore, che è la vera specialità di Allen. Lui fa l’ironico, ma alle donne ci tiene davvero. Quanto alla nevrosi, nessun pericolo. Allen è un mito e i miti non hanno nervosismi interni. Perciò si può ridere tranquillamente, “rispecchiandosi” in ogni spiritosa raffinatezza.

 

Franco Pecori

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31 ottobre 2002