La complessità del senso
22 11 2017

Hereafter

Hereafter
Clint Eastwood, 2010
Fotografia Tom Stern
Matt Damon, Cécile deFrance, Frankie McLaren, George McLaren, Jay Mohr, Bryce Dallas Howard, Marthe Keller, Thierry Neuvic, Derek Jacobi.

Con l’avanzare degli anni, Eastwood trasmette un senso progressivo di libertà e levità della visione, al di sopra e al di là dei generi che pure egli ha praticato con profonda consapevolezza. Sempre più convincente nella scelta di una poesia dell’esperienza, il regista di Gran Torino (2008), capolavoro testamentario, raccoglie come da un’ultima memoria del mondo sensazioni e immagini sconvolgenti, collettive e intime, e le proietta in un traslucido mirabile, emozionante, che ci solleva dal peso della quotidianità e ci deposita in un appassionato momento di sospesa pacificazione. Dopo il film, si resta in attesa, non di una risposta sull’Aldilà ma, intanto, sul destino dei nostri giorni qui e ora, della nostra esistenza incerta che dobbiamo vivere. L’Aldilà di Hereafter ha l’aria di essere un’ipotesi “di scuola” per un’esercitazione difficile e nobile sui confini tra ciò che nella rappresentazione quotidiana sembriamo a noi stessi e agli altri e ciò che davvero siamo o possiamo essere, ammesso che una differenza vi sia. Dopo il film ci sentiamo forse un po’ smascherati, uscire dalla sala forse ci pesa un po’. La morte, personaggio presente, tuttavia non ci tocca, ci sfiora in un sussulto di coscienza, ci restituisce la speranza di scegliere e di conoscerci meglio. Visitano l’Aldilà i protagonisti del film quando un incidente, uno dei mille e mille “incidenti” dell’esistenza, offre loro il caso dell’incursione diversa. E l’affacciarsi nella stanza segreta si sposa con l’immaginario di cui tutti ci nutriamo oggi, lo tsunami improvviso, il terrore devastante di un’esplosione, l’impatto maligno contro l’auto nel traffico, o più usualmente il potere visionario, istanza di spiritualità, che mette “in comunicazione con i morti” qualcuno di noi, per il caso di una misteriosa sperimentazione. Il miracolo lo fa Eastwood, traducendo la comune referenzialità da telegiornale, da cui si parte, in un rapporto interno ed estetico, in una visione privilegiata e “privata”, dove lo spettatore-massa si trasforma in fruitore singolo, moralmente responsabile della propria “lettura” del film. Processo che sarebbe piuttosto comune nel cinema se la macchina cinema non fosse inquinata da ragioni commerciali al di là di ragionevoli necessità. È proprio entro tale limite che risulta mirabile la resa di attori come Matt Damon (nella parte dell’operaio americano con doti di medium)  o Cécile deFrance (la giornalista francese vittima della furia marina in Indonesia), strappati alle loro divise per una prova che li chiama oltre la resa abituale. E colpisce specialmente la sensibilità con cui il regista, tema nel tema, tratta la vicenda di Marcus e Jason (Frankie e Geroge McLaren), i due gemellini londinesi allacciati dal cordone di un sentimento resistente al destino violento. Da notare che la musica del film è dello stesso Eastwood e che Steven Spielberg figura come produttore esecutivo.

Franco Pecori

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5 gennaio 2011