La complessità del senso
20 11 2017

La bellezza del somaro

La bellezza del somaro
Sergio Castellitto, 2010
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Sergio Castellitto, Laura Morante, Enzo Jannacci, Marco Giallini, Barbora Bobulova, Gianfelice Imparato, Nina Torresi, Emanuela Grimalda, Lidia Vitale, Renato Marchetti, Erica Blanc, Valentina Mencarelli, Valerio Lo Sasso, Pietro Castellitto.

Circolo vizioso. La borghesia “malata” tenta di divertirsi con i propri disturbi. Ne uscirà difficilmente. Si sa, l’omeopatia non sempre risolve. Non ha risolto con il realismo/rispecchiamento e non risolve, pare, col surrealismo all’italiana. La cura inefficace viene da Castellitto. Alla terza prova da regista (Libero Burro, 1998, Non ti muovere, 2004), l’attore accentua il “nervosismo” non solo della propria interpretazione – ma diremmo della visione del mondo – bensì lo trasmette a tutta la compagnia. Dall’inizio alla fine, senza un momento di respiro, i personaggi mitragliano lo spettatore – diremmo sono mitragliati essi stessi – con una serie infinita di battute “significative”, a volte anche divertenti ma sempre esclusivamente votate alla definizione implacabile dei disturbi di cui sopra. Soprattutto dominante, al di là del significato, è l’intensità del suono – diremmo frastuono – con cui le voci arrivano stressate al nostro orecchio, tanto che la metà delle parole non riusciamo nemmeno a capirle. Non sappiamo se tale effetto fosse nelle intenzioni di Margaret Mazzantini, autrice del soggetto e della sceneggiatura, ma il film risulta frenetico e urlato al punto da sembrare “detto” tra i tuoni e i lampi di un temporale definitivo. È appunto il vizio che riassume in una cifra complessiva i diversi disturbi e mentre li racconta li riproduce fino all’autodenuncia espressiva. Sostanzialmente si tratta del rapporto genitori-figli fissato al momento attuale, in un intreccio di situazioni dalla cui trasparenza emergono le dissoluzioni prospettiche dell’architetto Marcello Sinibaldi (Castellitto) e di sua moglie Marina, psicoanalista (Morante). Genitori “moderni” – diremmo modernisti. Rosa (Torresi), la loro figlia diciassettenne, 9 in greco e una gran voglia di andare al di là del suo ragazzzetto somaro, un bel giorno si presenta col nuovo “fidanzato”. È l’ultrasettantenne Armando (Jannacci). Si vivono attimi di sconforto. Meno male che l’evento accade durante una beata sosta campagnola di fine-settimana (sì, in Toscana), popolata da parenti, amici e pazienti che ormai fanno parte della famiglia allargata. Così, la trovata paradossale può smorzarsi in una rappresentazione collettiva e confondersi nel “rumore” generale. Ne fanno parte lo stesso somarello vagamente bunueliano e l’insistita citazione bergmaniana del Settimo Sigillo, alibi per una “pazzia” troppo denunciata. Il vero risulta falso e il falso vuol essere fin troppo vero, come la confessione del padre alla figlia: orfano, per essere stato casualmente concepito in volo, quando la propria madre era hostess in uno dei primi boeing; o come la pacata presenza del saggio Armando, ridotta da Marcello a significato sociologico, sia pure ironico: se i nostri figli non hanno lavoro, giustamente si buttano su chi la pensione ce l’ha.  Il finale edulcorato non lo raccontiamo, ma comunque non cambia la sostanza dello spettacolo vizioso.

Franco Pecori

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17 dicembre 2010