La complessità del senso
24 11 2017

007 La morte può attendere

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007 Die Another Day

Lee Tamahori, 2002

Pierce Brosnan, Toby Stephens, Halle Berry, Judi Dench,

Lindy Hemming, Rosamund Pike.

 

Ordinereste un “Vodka-Martini con molto ghiaccio” mentre siete in una casa o, meglio, in un palazzo tutto di ghiaccio? E’ l’umorismo “alla 007”, inglese di fondo, cioè tradizionale, e integrato in un sistema o, meglio, in uno scenario ultramoderno. Ad ogni mossa, ad ogni sguardo di Bond, una sorpresa, un’emozione: ritmo infernale, infinita varietà di trovate. Ma sempre “alla 007”, dentro a quel sistema chiuso a doppia mandata, che garantisce un comportamento perfetto, da gentiluomini, sia pure spietati, inglesi. In questo senso, 20° Bond e nessuna novità. Ovvio. Gli antagonisti (Brosnan e Stephens) duellano con la spada e si inseguono con macchine superattrezzate o invisibili; Bond vive avventure al millesimo di secondo e trova il tempo per il relax sessuale (un briciolo di sentimento è solo vagamente intuibile); ma ogni contraddizione si trasforma in attrazione, in quanto “protetta” dal sistema rigido e quindi classica nel suo genere. Del cattivo che potrà nuocere al mondo, diciamolo, non ce ne importa granché. Se c’è Bond, lo spasso non è nel trionfo del Bene quanto piuttosto nella verifica del paradosso, un sistema assurdo che deve funzionare senza scampo. E’ la perfezione la nostra felicità di spettatori. E questo è un grande Bond.

Franco Pecori

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28 febbraio 2003