La complessità del senso
22 09 2017

Stanno tutti bene

film_stannotuttibeneeverybodysfineEverybody’s Fine
Kirk Jones, 2009
Fotografia Henry Braham
Robert De Niro, Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rockwell, Lucian Maisel, Damian Young, James Frain, Melissa Leo, Katherine Moening, Brendan Sexton III, James Murtaugh, Austin Lysy, Chandler Frantz, Lily Sheen, Seamus Davey-Fitzpatrick, Mackenzie Milone, Kene Holliday, Mandell Butler, Lou Carbonneau, E. J. Carroll, Dabargo Sanyal Ben Schwartz, Caroline Clay, Jayne Houdyshell.

La notizia la dà Frank Goode (De Niro) alla moglie defunta. Vedovo da pochi mesi e a riposo dopo una vita di lavoro in fabbrica pensando al bene della famiglia, l’uomo finisce col nascondere la verità alla madre dei loro quattro figli. Davanti alla sua tomba parla con lei e le riferisce che «Stanno tutti bene». Si è invece accorto che la sua famiglia era ed è tutt’altro che perfetta.  I quattro figli non l’hanno tenuto al corrente e la moglie fingeva di non sapere. Frank desiderava da molto tempo di riunire David (Lysy), Amy (Beckinsale), Robert (Rockwell) e Rosie (Barrymore) attorno allo stesso tavolo. Ma i suoi ragazzi, ormai grandi, vivono e lavorano lontano, a New York, a Chicago, a Denver, a Las Vegas, e non hanno risposto al richiamo. Così, Frank si è messo in viaggio e li è andati a trovare.  E al termine della triste e deludente ricognizione non se la sente di dire la verità. Nemmeno a se stesso. Jones (Nanny McPhee – Tata Matilda, 2006) si è ispirato al soggetto di Giuseppe Tornatore, traducendo le situazioni italiane del 1990 in volti americani di oggi. La differenza tra il Matteo Scuro interpretato da Marcello Mastroianni e questo Frank/De Niro è profonda, è già nella stessa costruzione del racconto, sviluppato, il primo, sulle sfumature e sui rimandi metaforici, insieme relativi al contesto e all’intimità dei personaggi; “ripulito”, il secondo, di ogni possibile ambiguità. La sceneggiatura di Kirk Jones è caratterizzata da una nettezza narrativa per nulla scalfita dai macchinosi inserti “memo” (flash) con i quali Frank “giustifica” più volte le conseguenze attuali del suo rapporto con i figli bambini. È una nettezza che detta l’interpretazione senza lasciare allo spettatore il minimo dubbio e costringe l’attore a muoversi con una compostezza che a tratti risulta decisamente fittizia. Letto in trasparenza, il film lascia vedere un De Niro “solo con se stesso”, come se l’interprete non avesse il modo di esprimere a pieno il proprio potenziale. Certo a vantaggio del “messaggio”, ma a scapito del linguaggio, vistosamente mirato verso un target più basso rispetto alla stessa forma del contenuto.

Franco Pecori

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12 novembre 2010