La complessità del senso
23 11 2017

Unstoppable – Fuori controllo

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Tony Scott, 2010
Fotografia Ben Serenin
Denzel Washington, Rosario Dawson, Chris Pine, Jessy Schram, Elizabeth Mathis, David Warshofsky, Kevin Chapman, Jeff Wincott, Kevin Dunn, Victor Gojcaj, Andy Umberger, Ethan Suplee.

Il treno 777 è impazzito, inarrestabile. Chi lo fermerà? «Ispirato a eventi reali», si legge in testa al film. Ma è inutile esibire l'”autenticità” dell’accaduto come referente quando il film è costruito in funzione di una suspense la cui credibilità è tutta interna alla successione delle sequenze. Non saranno certo le immagini dell’armamentario delle news attivatosi alla notizia che un merci, senza personale e senza freni – fuori controllo, sta piombando verso una serie di centri abitati a farci restare incollati alla poltrona. Attualità e verosimiglianza esterna, di per sé, non hanno necessariamente a che fare con la suspense. Il discorso cambia se  vediamo il film come un “giocattolo” che funzioni bene. Scott non è nuovo a operazioni di questo tipo, da Top Gun (1986) a Déjà vu – Corsa contro il tempo (2006), a Pelham 123 – Ostaggi in metropolitana (2009). Il “condimento” psicologico, il rimando a situazioni sentimentali che coinvolgano i protagonisti nel pieno dell’azione non sono elementi strutturali, hanno un’importanza minima rispetto all’aspettativa di conoscere l’esito dell’avventura. Così è anche stavolta, anzi di più. Non abbiamo vere indicazioni, se non qualche annotazione stereotipa, per distogliere l’occhio dai treni, dai binari, dall’assordante rumore del procedere di macchine imponenti e minacciose. Sono già quegli oggetti stessi a farci impressione per la loro consistenza “bestiale”. Quando interviene il calcolo delle possibilità tecniche di evitare il disastro che si profila, quasi non ne siamo interessati, tale è la portanza di quel treno, la sua forza “incosciente”, la sua implacabilità nel procedere come obbedendo a un destino misterioso. L’attrazione non era facile, né da costruire né da mantenere durante i 99 minuti del film, paradossalmente per la banalità dell’incidente iniziale e per la prevedibilità dello sviluppo dell’azione relativo al genere. Ma si sa che il bello dei generi sta proprio nel rapporto tra ripetitività e variabilità degli elementi costitutivi. In questo senso, il catastrofico non è molto diverso dal western e così via. La differenza, riguardo al valore estetico, sta nella capacità del regista di usare il montaggio, inteso nel senso più ampio, della moviola e della sceneggiatura. Scott evita da maestro la ridondanza, sviluppa la progressione con una coerenza che non vuole intromissioni. Frank, conduttore esperto (Washington), e Will, capotreno alle prime esperienze (Pine, Star Trek), trovatisi nella drammatica emergenza, hanno appena il modo di accennare a loro situazioni personali. Non c’è il tempo, essi stessi se ne rendono conto. Ignari di ciò che li attende, sono impegnati su una vecchia locomotiva per un normalissimo trasferimento. Improvvisamente vengono informati che sta venendo loro “incontro” il gigantesco convoglio impazzito. La circostanza li farà eroi, al di là dei consigli e degli ordini che vengono dal centro operativo via telefono. E non siamo interessati più di tanto alla loro sorte individuale, “sappiamo” che alla fine si dovranno salvare. Seguiamo invece col cuore in gola lo sferragliare martellante e irrefrenabile del bestione sulla rotaia. La macchina inanimata sale in primo piano, è la vera protagonista di una meccanica che non ammette distrazioni. La sua portata psicoanalitica vince.

Franco Pecori

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12 novembre 2010