La complessità del senso
17 11 2017

The Social Network

film_thesocialnetwork2The Social Network
David Fincher, 2010
Fotografia Jeff Cronenweth
Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake, Armie Hammer, Max Minghella
Roma 2010, evento speciale fc. Oscar 2011: Jeff Cronenweth foto. Angus Wall and Kirk Baxter m. Trent Reznor e Atticus Ross mus.

Non è questa la sede per un dibattito sulle valenze socio-psico-antropologiche, politiche ecc. del fenomeno Facebook, legato all’uso del Web. Sarebbe come trattare seriamente la materia della magia recensendo Harry Potter. Restiamo quindi al film. Dal libro The Accidental Billionaires di Ben Mezrich e con l’aiuto dello sceneggiatore Aaron Sorkin (La guerra di Charlie Wilson), David Fincher (Fight Club, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button) monta con ritmo mozzafiato – per seguire le raffiche di battute dei protagonisti occorre allenamento alla fruizione audiovisiva, se si pensa che gli esperti ci dicono che normalmente lo spettatore non specializzato coglie più o meno il 30% di quanto (sonoro compreso) passa sullo schermo – la “favola” meravigliosa di Mark Zuckerberg, lo studente di Harvard che in una notte del 2003 passò dalla febbrile attività di hackeraggio alla presidenza di una nuova società di informatica. Mark (Eisenberg, The Village, Il calamaro e la balena), genietto del computer, chiede aiuto al compagno di studi Eduardo Saverin (Garfield), bravo in matematica ed economia, per un algoritmo che potrà risolvere un problemino sfizioso, un giochino divertente tra i frequentatori del college i quali potranno scegliere la ragazza che preferiscono tra serie di coppie di foto messe online. Il gioco funziona e mostra presto possibilità di sviluppo grandiose. E rischi di tutti i tipi, a livello interpersonale (invidie, avidità, concorrenze sleali, corrosione dei sentimenti) e a livello collettivo (comunicazione, pubblicità, mercificazione). Tutti, ormai, conoscono Facebook, o se lo sono fatto raccontare. La meraviglia consiste nella sua apparente semplicità: non c’è bisogno di competenza tecnica per fruirne. In questo senso, lo scambio di informazioni è così “magico” da poter bypassare anche la “scuola” dei maghetti di Hogwarts. Più gli scambi tra Mark e compagnia vanno a velocità supersonica, trafiggendo perfino la percezione auditiva, più sarà “facile” l’identificazione referenziale (una volta si diceva “rispecchiamento”) da parte dello spettatore, specialmente giovane e giovanissimo. In sostanza, ciò che si ammira di Mark è la genialità “assoluta”, rafforzata e autorizzata dallo stesso atteggiamento del personaggio, un ragazzo che ha l’aria di andare dritto per la sua strada, azzerando, se necessario, qualsiasi ostacolo, trattando gli altri con “giustificata” sufficienza e trasformando (riducendo?) la vita in un esercizio di abilità. In fondo, Mark non è nemmeno interessato al denaro (una montagna di milioni che gli piovono addosso in un batter d’occhio grazie all’evoluzione commerciale del Web). Se deve difendersi in una causa amministrativa da chi lo accusa di scorrettezza, lo fa per vincere, per dimostrare la propria superiorità. Ormai ricco, si può permettere anche di avere ragione pagando. L’importante è difendere il proprio genio. Fincher, regista che di pubblicità e spettacolo, specie di musica, se ne intende (i video per Madonna e per i Rolling Stones), riesce a dare l’impressione di aver affrontato la materia bene a fondo, senza tuttavia impegnare il pubblico in una fruizione specialistica. Guarda un po’ quel ragazzo, è proprio un genio, un mago del computer! In realtà, il fenomeno non è così semplice e lo stesso Mark del film (restiamo al film, lo abbiamo detto) forse non se ne rende conto.

Franco Pecori

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12 novembre 2010