La complessità del senso
22 09 2017

Una vita tranquilla

film_unavitatranquilla1Una vita tranquilla
Claudio Cupellini, 2010
Fotografia Gergely Poharnok
Toni Servillo, Marco D’Amore, Francesco Di Leva, Juliane Kohler, Leonardo Sprengler, Alice Dwyer, Maurizio Donadoni, Giovanni Ludeno.
Roma 2010, concorso.

Italiano all’estero. Emigrato non per scelta ma per sottrarsi al tallonamento della camorra, Antonio De Martino, capo e feroce assassino, ha cambiato nome, ora è Rosario Russo (Servillo); ha voluto farsi credere morto e si è rifatta una vita in Germania, moglie tedesca (Kohler), un figlio, un bell’albergo-ristorante. Ha ucciso più di una volta, ma nella nuova vita è un padre premuroso, un buon marito e un bravo chef in cucina. Quando nel suo albergo arrivano due giovani italiani, Rosario capisce subito che qualcosa di strano sta per accadere, qualcosa che riguarda i suoi affetti più intimi e la sua vita precedente. I due giovani sono lì per eseguire un omicidio su commissione, ma uno dei due, Diego (D’Amore), è anche interessato a incontrare personalmente Rosario. E Rosario entra in agitazione. Di carattere duro, non è tuttavia privo di umanità. La presenza di Diego lo riporta al passato che aveva voluto dimenticare. Il soggetto di Filippo Gravino, vincitore del Premio Solinas 2003, lascia chiaramente trasparire l’intenzione di consolidare una dimensione europea del cinema italiano. La storia del film si sviluppa sul filo di una suspence a cui non sono estranei gli elementi multiculturali, riguardanti lingue e abitudini diverse. E soprattutto la sofferenza dello straniamento, ancora non cancellabile, pur nel contesto ormai abbastanza omogeneo del Vecchio Continente. In sostanza è proprio questo nodo interiore, impossibile da sciogliere, che mette Rosario nella condizione di non potersi più sottrarre alla propria radice malavitosa. Edoardo (Di Leva), l’altro giovane che ha accompagnato Diego nella “missione” in Germania, ha scoperto l’identità di Rosario e la situazione precipita. Notevole il momento interpretativo in cui Servillo “vive”, da grande attore, il cambiamento di marcia del protagonista, il quale decide di riattingere al proprio spietato egoismo per salvare la sua “vita tranquilla”. Stilisticamente, Cupellini (Lezioni di cioccolato, 2007) passa con una certa disinvoltura dalla commedia al dramma/noir, dominando con buona professionalità tecnica il ritmo e la successione delle sequenze, senza indulgere in accentuazioni espressive. Esagera però nel cambio di passo per cui nel finale il destino di Rosario subisce una contrattura che sembra andare oltre la necessità del racconto.

Franco Pecori

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5 novembre 2010