La complessità del senso
22 11 2017

Fair Game – Caccia alla spia

film_fairgameFair Game
Doug Liman, 2010
Fotografia Doug Liman
Naomi Watts, Sean Penn, Sam Shepard, Bruce McGill, Ty Burrell, Michael Kelly, David Andrews, David Denman, Brooke Smith, Kristoffer Ryan Winters, Noah Emmerich, Sunil Malhotra, Tim Griffin, Satya Bhabha, Khaled El Nabaoui, Philipp Karner, Liraz Charhi.
Cannes 2010, concorso.

Da una storia vera: il Plame Affair del 2003, in seguito al quale Lewis Libby Jr., collaboratore del Vice Presidente americano Dick Cheney, fu condannato a 30 mesi di carcere per la diffusione di notizie sull’identità segreta dell’agente Cia, Valerie Plame. Il regista di The Bourne Identity (2002) realizza con questo Fair Game un istruttivo paradosso, rafforzando con il secondo film la credibilità e verosimiglia del primo. Infatti non è di conferme che si avrebbe bisogno oggi circa la bugia storica di Bush sulle armi di distruzione di massa la cui costruzione Saddam sarebbe stato sul punto di attuare e per le quali si scatenò nel marzo 2003 l’attacco all’Iraq. E però, con il racconto dello spietato meccanismo attraverso cui l’Intelligence americana arriva ad eliminare ogni ostacolo alla formulazione della bugia Liman ci fa capire per quali vie possa passare l’opera di offuscamento della coscienza collettiva. Se il metodo vale per la collettività, a maggior ragione diventa credibile la soggezione cui veniva sottoposto Jason Bourne (interpretato da Matt Damon), personaggio alla ricerca della propria identità distrutta e cambiata per esigenze di spionaggio. The Bourne Identity può riproporsi ora quasi come un saggio/documentario  su un certo controllo  delle forze che regolano il mondo. Valerie Plame (Tatts) però non si lascia cambiare, non cade nel Fair Game delle ragioni superiori e sceglie di dare voce alla propria coscienza. Brillante agente Cia, la donna è presa di mira perché suo marito Joseph (Penn), il quale non sa dell’attività segreta di Valerie, inviato nel Niger per trovare prove della vendita di uranio arricchito a Saddam, non riporta il risultato rischiesto da quella «certa palazzina bianca». Il problema è che è stata proprio Valerie a sottoscrivere l’indicazione di Joseph, ritenuto adatto alla missione in quanto diplomatico ed esperto di cose africane. Washington traduce a suo modo la relazione dell’inviato e Joseph non ci sta, dà al New York Times un articolo bomba. La risposta della Cia verrà, guarda caso, da un altro giornale, il Washington Post, dove improvvisamente viene rivelata l’identità di Valerie. Per lei la carriera sarebbe finita. Ma Valerie reagisce. Il regista mescola con abilità elementi di azione con il taglio del film-inchiesta (qualche accentuazione di troppo nell’uso della macchina a mano) puntando all’approfondimento della crisi, che a un certo punto interviene, tra moglie e marito proprio a causa dei lati oscuri del lavoro di lei. E si fanno più efficaci, in questo modo, certe uscite di lui, come quella in cui con una domanda smaschera il gioco: «Quand’è che è cambiata la domanda da “perché siamo entrati in guerra” a “come si chiama la moglie di quest’uomo” ?». Ragione delle domande, identità delle persone, temi contemporanei da fatti che hanno sconvolto la vita di tutti.

Franco Pecori

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22 ottobre 2010