La complessità del senso
26 09 2017

Gorbaciof

film_gorbaciof1Gorbaciof
Stefano Incerti, 2010
Fotografia Pasquale Mari
Toni Servillo, Mi Yang, Geppy Gleijeses, Gaetano Bruno, Hal Yamanouchi, Antonio Buonomo, Agostino Chiummariello, Salvatore Ruocco, Francesco Paglino, Salvatore Striano, Nello Mascia.
Venezia 2010, fc.

“Ragioniere di galera” (carcere di Poggioreale, a Napoli), Marino Pacileo (Servillo), soprannominato Gorbaciof per una voglia sulla fronte simile a quella dell’ex presidente sovietico Michail Gorba?ëv, è prigioniero della propria maschera rigida che lo fa burattino, figurina monodica e circoscritta, anima compressa e oppressa da una solitudine tradotta in forzosa autonomia. Capello lungo e impomatato, basettone, giacca aderente in vita, passo deciso, gesto rapido e sbrigativo, voce strozzata, occhio obliquo o fisso, ghigno che simula il sorriso mentre sfoggia una strana arroganza somigliante a una provocatoria riservatezza, Gorbaciof prende i soldi dalla cassa per giocare a carte. Vince quasi sempre e li rimette al loro posto. Ma non sempre. E i compagni di tavolo non sono stinchi di santo. Uno di loro, cinese, è il proprietario del locale nel cui retro si ritrovano i pokeristi. È pronto a “vendere” anche la propria figlia Lila (Yang). Di lei s’innamora Gorbaciof, a modo suo. Ne rimane sconvolto, si trasforma in eroico difensore e sogna di andarsene con lei: «Ce ne andiamo, pigliamo l’aereo e ce ne andiamo». Ci si chiede come farà, con quella maschera, a cambiare vita. E infatti, nel più classico dei modi, il cattivo non è del tutto cattivo e aspira anzi a voltare pagina in nome di un sentimento vero. Qui il film, che finora ha viaggiato sul filo dell’ambiguità estetica, ricco di metafore “naturali” autoproducentisi per via di diegesi (gesti, movimenti, sguardi, situazioni, tagli, pause, accelerazioni, ammiccamenti, immonde finzioni e concatenamenti analogici), si fa generico e va a una conclusione priva di suspence. Gorbaciof sembra sgonfiarsi in un dolore risaputo e ci lascia senza un invito alla riflessione. Resta la grandezza di Servillo nel gestire con tecnica infaticabile la tenuta di un’astrazione che non lascia il corpo e di un realismo che non attenua mai la propria assurdità. Personaggio che vive il suo mondo quasi a prescindere – si direbbe – dal film in cui si trova a muoversi.

Franco Pecori

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15 ottobre 2010