La complessità del senso
18 11 2017

Buried – Sepolto

film_buriedsepoltoBuried
Rodrigo Cortés, 2010
Fotografia Eduard Grau
Ryan Reynolds
Sundance 2010

Spazio e tempo della scena, nel cinema, sono parametri rigidi e insieme fluttuanti. Può accadere che a sterminate panoramiche corrispondano sentimenti intimi e delimitati, mentre da un primissimo piano o addirittura da un dettaglio scaturiscano referenzialità o perfino metafore dal senso progressivo e “infinito”. Quasi sempre è questione di angolazione, successione, gioco del campo/fuori-campo, insomma di interazione ottica/audio, “interiore” prima ancora che tradotta in figure e significati letterali. La caratteristica più immediata di Buried, secondo lungometraggio (Concursante è del 2007) dello spagnolo Cortés (1973) osannato al Sundance Film Festival, si coglie già pochi secondi dopo l’inizio: il buio, un respiro affannato, la fiamma di un accendino, lo sguardo smarrito di un uomo che cerca di capire il senso della propria stranissima condizione, le pareti ravvicinate di una cassa di legno: è sepolto vivo. Paul Conroy (Reynolds, attore sulla cresta dell’onda: Ricatto d’amore, X-Men le origini – Wolverine) vivrà 90 minuti di drammatica solitudine, cercando dapprima di disvelare il mistero dell’incubo che gli è piombato addosso e poi, man mano, di risolvere la situazione chiedendo aiuto col cellulare che si è trovato accanto. La batteria è destinata ad esaurirsi come l’aria che Paul respira e la fiammella dello Zippo finirà con lo spegnersi. Parlando al telefono, il protagonista ci farà sapere di essere un autista americano a contratto, preso in ostaggio  in Iraq durante l’attacco al convoglio di cui faceva parte. I sequestratori chiedono un riscatto di 5 milioni di dollari. Nessuna alternativa. Difficili le comunicazioni con gli Stati Uniti: segreterie telefoniche, burocrazie più o meno politiche, finché finalmente qualcuno sembra riuscire a localizzare il “sepolto”. Rivedrà la luce? Nell’interrogativo è la caratteristica seconda del film. Non è neanche necessario conoscere il finale, il senso artistico è nell’attesa stessa. Nel mentre, un saliscendi ben articolato di fasi violente e di momenti attenuati mette lo spettatore in contatto – per così dire – con le diverse ottiche possibili con cui considerare il quadro della storia attuale, soprattutto le due disperazioni a confronto, quella di Paul e dei sequestratori, vittime di un’unica tragedia che scaturisce da sovrastanti interessi. Tuttavia ciò che conta veramente nel film è il senso dell’insopportabile cesura, del buio che improvviso arriva a togliere la luce, dell’aria che si fa insufficiente, dei movimenti costretti in pochi centimetri di spazio, del telefono che perde la carica, del mondo che finisce. Forse finisce. Thriller definitivo in un mondo dal panorama non più visibile, sepolto, tragico. Cinema “indipendente”, minimo spazio, minimo budget, senso fluttuante verso una soluzione impossibile.

Franco Pecori

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15 ottobre 2010