La complessità del senso
16 10 2017

Inception

film_inceptionInception
Christopher Nolan, 2010
Fotografia Wally Pfister
Leonardo Di Caprio, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Ellen Page, Tom Hardy, Cillian Murphy, Tom Berenger, Michael Caine, Lukas Haas.
Oscar 2011: Wally Pfister foto. Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo e Ed Novick mont. Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo e Ed Novick mix.

Morire, dormire, sognare forse (William Shakespeare). O se preferite: Non era la prima volta che si buttava dalla finestra (Carmelo Bene). Sulla profondità del sogno e sul rapporto del sogno con la “realtà” i temi della scienza e della cultura formano da molto tempo una catasta enorme. La raccolta rischia di non essere più produttiva se non differenziata. I cumuli al lato delle strade finiranno per intralciare il traffico. Nolan individua tre livelli del sogno e prefigura il pericolo di un torpore non più vitale, una vecchiaia in attesa di niente più che della morte. A meno che non si riesca a “liberarsi” del velo onirico riacquistando la padronanza di sé. Resta comunque, dice il film, il dubbio della differenza tra “realtà” e sogno. Dire queste cose col cinema è giocare in casa, dato il potere fantastico da sempre riconosciuto alle immagini fotodinamiche montate. E tanto più la situazione vale per il regista di Insomnia (2002), The Prestige (2006) e del Cavaliere oscuro (2008). Nolan non fa che continuare il suo viaggio per le vie dell'”incertezza” interiore affidando  stavolta principalmente alla maschera (e alla bravura) di Di Caprio – attore non nuovo al problema della traduzione espressiva di sensazioni e problematiche intime e misteriose (Shutter Island, Scorsese 2010, è il più recente esempio) – la gestione del filo di una storia che, via via, cresce su se stessa, monta e poi si smonta, fino a sciogliersi in un finale di una banalità scontata quanto “necessaria”. Sì, perché in sostanza Cobb, abilissimo ladro di segreti mentali, è costretto a spingere all’estremo la sfida al subconscio altrui per via di un suo proprio segreto famigliare, di un suo rapporto non risolto con la moglie e con i loro due bambini. Spionaggio industriale, dramma di coppia e sperimentazione “scientifica” si mescolano in chiave spettacolare, in un impasto di thriller/azione fantascientifica e giallo romantico, tenuto insieme da una fitta impuntura di “spiegazioni” e da una valanga rapsodica di scomposizioni digitali del background ambientale da far perdere la cognizione referenziale. Trionfa il cinema fantastico sulle ali della tecnologia più avanzata e nello spirito primitivo delle origini, dei trucchi e delle parvenze. Per Cobb il problema da risolvere è il passaggio dall’estrazione all’innesto delle idee nella mente altrui. Per tutti il problema è di riconoscere la favola di Matrix e restituire all’inconscio la sua indagabilità umanistica. Dentro e fuori dal mito dell’ “origine” (inception). Il bello del film, e crediamo la ragione del successo di pubblico (in America 190 milioni di dollari in tre settimane), è la sua fruibilità anche solamente spettacolare. L’interessante è la sua “verosimiglianza”, da verificare.

Franco Pecori

Print Friendly

24 settembre 2010