La complessità del senso
22 09 2017

Nightmare

film_nightmareonelmstreetA Nightmare on Elm Street
Samuel Bayer, 2010
Fotografia Jeff Cutte
Jackie Earle Haley, Rooney Mara, Kyle Gallner, Katie Cassidy, Thomas Dekker, Kellan Lutz, Clancy Brown, Connie Britton, Charles Tiedje, Lia D. Mortensen.

Sfinimento da incubo. Nightmare “mortale” a Elm Street. Bayer, dopo aver diretto la fotografia del contributo Usa (di Sean Penn) nel film composito 11 Settembre 2001, passa alla regia infilandosi nel tunnel senza luce di un remake stiracchiato più sull’iconologia del trascorso che su una nuova produzione di senso legata al mito di Freddy Krueger. L’incubo originale, di Wes Craven (1984), aveva il volto e l’arte  consapevole di Robert Englund. Il Fred di Jackie Earle Haley fa poco più che il verso a un certo genere di manichini che lasciano tutto sulle spalle dello spettatore il peso dell’horror. Il mostro che vive nei sogni e “uccide” quanti subiscono le sue “intromissioni” si aggira ancora per la provincia americana, dove ebbe a togliersi delle soddisfazioni nel 1984. Ma ora agisce con qualche pretesa in più, di carattere psicoanalitico e filosofico. E lascia al regista il duro compito di dare alle sequenze e al montaggio il potere di una rappresentazione “impossibile”. Il malessere dei liceali Kris, Dean, Jesse, Nancy e Quentin lascia intendere qualcosa di grave e di difficilmente spiegabile, qualcosa di profondo che si sarebbe annidato nella loro mente sin da quando erano fanciulli all’asilo. Un rospo da buttar fuori prima che Fred finisca il suo giro vendicativo. Qual’è la “colpa” che i giovani scoprono di dover scontare? Perché incide così radicalmente nella loro psiche da renderli vittime sacrificali della propria stessa esistenza? Non possono permettersi di addormentarsi giacché nel sonno arriva Fred/Nightmare e li uccide. E da svegli non resta loro che andare a scovare il ricordo infantile di scene che hanno voluto dimenticare. Il meccanismo è elementare, la sua rappresentazione, più che inorridire, fa apparire sproporzionato l’impegno profuso nell’assemblaggio di un immaginario che stenta a tenersi insieme. È il famoso – diremmo primordiale – problema della verosimiglianza del film/cinema, non verso il referente esterno bensì nella propria interna consistenza. Non a caso nel film di Bayer i tratti esteticamente più interessanti sono prodotti dalla suspence “immaginata” e non mostrata, appartengono ai momenti in cui le immagini non-dicono, non svelano il mistero che i ragazzi portano dentro di sé. E vale di più la loro angoscia per un destino maligno di cui avvertono la presenza che non lo scroscio pseudo-improvviso dell’irruzione del massacratore dal guanto omicida – invenzione che fece epoca ma che ora non regge all’attacco implicito della parodia. Quando poi veniamo a sapere che Fred fu “soltanto” un pedofilo “giustiziato” dai paesani per le rivelazioni dei bambini, sentiamo nascere l’esigenza di un approfondimento anche artistico. Insomma ci vorrebbe un altro film. L’horror o è per ridere o è una cosa seria.

Franco Pecori

 

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25 agosto 2010