La complessità del senso
24 09 2017

The terminal

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The Terminal

Steven Spielberg, 2004

Tom Hanks, Catherine Zeta-Jones, Stanley Tucci, Diego Luna.

 

Voglia di cinema classico e, insieme, coscienza del tempo attuale fanno della favola di Spielberg, scelta per l’apertura della 61.a Mostra, un manifesto impegnativo. Sembrerebbe difficile resistere alla lettura metaforica: l’uomo dell’Est europeo bloccato all’aeroporto di New York perché privo di passaporto valido (un colpo di stato ha “cancellato” il suo Paese, rendendo l’ignaro turista “inaccettabile” in America) e costretto a vivere il limbo dell’attesa. Ma c’è di mezzo Tom Hanks. L’attore è chiamato ad una grande prova, nell’impossibile mimetismo chapliniano, integrato con l’uso delle proprie doti umoristiche, profonde e tutte personali. Il richiamo al Chaplin più classico, quello del tragicomico straniante dei film muti, con le gag meccaniche miracolosamente tradotte in sostanza umana, è esplicito in tutta la prima metà del film, solo attenuato da una certa “leggerezza” della Zeta Jones, l’Amelia da cui Victor/Hanks è attratto, un’assistente di volo un po’ troppo “realistica” nel contesto fiabesco del film. Per buona parte, il gioco è divertente. Alla lunga, però, viene fuori la struttura programmata; e la fiaba scopre il proprio lato simbolico, attenuando l’emozione. Quasi stona l’emergere del vero scopo del viaggio di Victor Navorsky col suo sogno così intimo, di catturare l’autografo del vecchio jazzista Benny Golson per completare la collezione del padre (ancora una volta è affidata al jazz la cura dell’antico complesso della cultura “progressista” bianca). E si attenuano i significati più espliciti, come l’alienazione tutta contemporanea del “luogo internazionale”, dove si può fare “una sola cosa: lo shopping”.

Franco Pecori

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3 settembre 2004