La complessità del senso
18 10 2017

Il padre dei miei figli

film_ilpadredeimieifigliLe père de mes enfants
Mia Hansen-Løve, 2009
Fotografia Pascal Auffray
Chiara Caselli, Louis-Do de Lencquesaing, Alice de Lencquesaing, Alice Gautier, Manelle Driss, Eric Elmosnino, Sandrine Dumas, Dominique Frot, Djamshed Usmonov, Igor Hansen-Løve, Magne Havard Brekke, Eric Plouvier, Michaë Abiteboul, André Marcon.
Cannes 2009, Un Certain Regard, Premio speciale.

Raccontare col cinema come si fa un film, specialmente per le difficoltà e i contrasti tra produttore e regista, è impresa “impossibile” quasi come insegnare a “leggerlo” un film. Anche nei tentativi di più alta qualità (per esempio Fellini 8 e 1/2, Effetto notte), il contenuto risulta alquanto più interno rispetto alla “superficie” narrativa. La ventinovenne francese Mia Hansen-Løve, attrice, sceneggiatrice e critica, ora alla sua seconda prova da regista dopo Tout est pardonné (2007), mostra piena coscienza della difficoltà proprio affontando una sorta di film-memoria ispirato alla figura di Humbert Balsan, attore di Bresson (Lancillotto e Ginevra) e poi produttore mitico degli anni Ottanta-Duemila, morto suicida appena cinquantenne. Tocca al bravo de Lencquesaing (Piccoli tradimenti, Bonitzer, 2003) la parte del produttore “indipendente”, amante della qualità e cacciatore di talenti. Per un po’ sembra di vedere quasi un “film della domenica”, tale è il modo in cui la cinepresa segue i dettagli del personaggio, non lasciandolo un minuto dal mattino alla sera. Grégoire/de Lencquesaing è un tipo indaffarato, sta seguendo la lavorazione di un film (ma si potrebbe trattare di un’altra attività) e si capisce che in molti gli stanno addosso per via di una posizione finanziaria “complicata” e sempre più difficile. Entrando e uscendo dal suo ufficio e visitando con brevi flash il set del film “impariamo” qualche particolare del lavoro e soprattutto entriamo in contatto con l’atmosfera. Ma nessun “approfondimento”, i dettagli rispondo a una sorta di osservazione diaristica, un po’ ossessiva, con la quale non miglioriamo le nostre conoscenze di cinema. Invece diveniamo quasi intimi nella vita del protagonista e, man mano, ci accorgiamo dell’importanza di sua moglie Sylvia/Caselli  (molto brava nel ruolo) e delle tre figlie con le quali, come se a tratti fosse appunto “domenica”, vediamo Grégoire trascorrere momenti di tenerezza. Finché, come si era intuito, la ditta crolla e il produttore, sfinito dai suoi progetti “impossibili”, dice stop. E parte un “altro” film, forse quello vero. La regista ora si occupa con dedizione più “morbida” e più appassionata del destino di Sylvia e delle piccole orfane. La più grande, adolescente, scava nel passato del padre e prende la propria strada, va – come si dice – incontro alla vita. Ma non è questo che volevamo sapere da un film di coscienza cinematografica. Produrre film di qualità è difficile, ma perche?

Franco Pecori

Print Friendly

11 giugno 2010