La complessità del senso
21 09 2017

Predators

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Nimrod Antal, 2010
Fotografia Gyula Pados
Adrien Brody, Alice Braga, Topher Grace, Danny Trejo, Laurence Fishburne, Walton Goggins, Oleg Taktarov, Mahershalalhashbaz Ali, Louis Ozawa Changchien.

Un cast di tutto rispetto per un’invenzione alquanto stereotipa che trasferisce in fantascienza avventure thriller/horror in salsa futuribile. Il protagonista Brody viene dall’Oscar (Il pianista, Polanski 2002) e da altre interpretazioni importanti (The Village, Shyamalan 2004, Il treno per Darjeeling, Anderson 2007), con lui figurano tra gli altri Laurence Fishburne (Rusty il selvaggio, Coppola 1983, Matrix, Wachowski 1998, Mystic River, Eastwood 2003) e Alice Braga (Io sono leggenda, Laurence 2007, Crossing Over, Kramer 2009). La radice è Predator, il film di John McTiernan con Arnold  Schwarzenegger  (1987). L’intervento di Robert Rodriguez, regista di C’era una volta in Messico, 2003, Sin City, 2005, Grindhouse, 2007,  ora in qualità di sceneggiatore conclude una storia cominciata nel 1994, quando sembrava che il film dovesse dirigerlo appunto l’allora giovane autore di El Mariachi. Poi lo scritto è stato mantenuto ma Rodriguez ha assunto il ruolo di supervisore creativo e la regia è stata affidata ad Antal (Kontroll 2003, Vacancy 2007). Il risultato sa di prodotto un po’ invecchiato, tenuto nel cassetto.  Il livello spettacolare, il grado di “azione” e di suspence esotica ed extraterrestre (la jungla di un pianeta lontano) è mantenuto al giusto livello, gli attori formano un gruppo di protagonisti omogeneo e credibile. Insomma non si tratta si serie B. Tuttavia manca, al dunque, la motivazione di fondo, è debole la  vera ragione per cui alcuni esseri umani, “predatori” nella loro vita terrestre, vengano catapultati sull’orribile pianeta dominato dai Predators. A tratti i malcapitati si muovono in una specie di labirinto che fa pensare a Tamburi lontani (il pericolo c’è, arriverà, gli indiani sono in attesa), poi veniamo a sapere di un vecchio laboratorio abbandonato, la cui macchine sono “andate” ma il cui generatore di corrente funziona. Qualcuno sembra essersi salvato. La minaccia però continua e anzi si fa più incombente. E finalmente si palesa. Qui la “meraviglia” e l'”orrore” rischiano di essere deludenti, forse perché abbiamo atteso troppo o forse (soprattutto) perché le soluzioni tecnico-espressive non  compensano  con sufficiente “novità” il “risaputo” che ci viene dal film-radice e da altri film di sottogenere. Tutto rimane a mezz’aria, compreso  il  carattere del protagonista, un “duro” sempre sul punto di recuperare la propria umanità e sempre carente di autentiche motivazioni.

Franco Pecori

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14 luglio 2010