La complessità del senso
20 09 2017

Les amants réguliers

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Les amants réguliers

Philippe Garrel, 2005

Louis Garrel, Clothilde Hesme, Julien Lucas, François Toumarkine

Venezia 2005, Leone d’argento, William Lubtchansky (foto).

 

La lunga sequenza sugli scontri tra manifestanti e polizia, nella Parigi ’68, quasi in apertura di film, dice subito che siamo lontanissimi dal “Tg”. Le radici di Garrel sono nella Nouvelle Vague francese, quando la riscoperta del cinema si fondò nella coscienza del linguaggio. E lo stile non è qui solo esibito, ma funzionale al tono riflessivo di un film che, anche dopo I sognatori di Bertolucci, non vuole certo essere un “documentario”. Garrel, insomma, non fa un semplice “com’eravamo”. Nel caso di questa riflessione sul ’68 e sul suo seguito, l’approccio stilistico che riafferma un cinema che non siamo più abituati a vedere, di stampo non-internazionale e tutto francese, serve per dare la dimensione amara e sconsolata del destino di quei giovani che in quegli anni si ubriacarono di “rivoluzione” e “anarchia”. Man mano che il film procede, con sequenze lente e rispettose dei dialoghi essenziali, si ha la sensazione che tutto si vada sciogliendo, che l’utopia di un mondo speciale e diverso, fumate di oppio comprese, si dissolva fatalmente e resti “poesia”. E tutto ridiventa “normale”, anche l’amore.

Franco Pecori

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30 settembre 2005