La complessità del senso
17 12 2017

Robin Hood

film_robinhoodRobin Hood
Ridley Scott, 2010
Fotografia John Mathieson
Russell Crowe, Cate Blanchett, William Hurt, Mark Strong, Mark Addy, Oscar Isaac, Danny Huston, Eileen Atkins, Kevin Durand, Scott Grimes, Alan Doyle, Max von Sydow, Matthew Macfadyen, Léa Seydoux, Bronson Webb, Robert Pugh, Jessica Raine.
Cannes 2010: film d’apertura.

Fuga d’autore. Il regista de I duellanti, di Alien, di Blade Runner sembra toccare il fondo della fuga da se stesso, cominciata con Il gladiatore (proprio il film dell’Oscar) e proseguita con Le crociate.  Fissatosi con l’idea di restituire alla Storia una giusta prospettiva dal basso, Scott dimentica definitivamente il tratto romantico del primo racconto e si guarda bene dal riprendere la linea dei terrificanti destini dell’umanità;  prosegue invece ad assecondare il “tutto tondo” della leggenda affidandosi alla figura monumentale di Crowe che gli garantisce un’interpretazione senza problemi. Difficile togliere il cappuccio a Robin. La leggenda medievale non poco ingarbugliata avrebbe avuto bisogno di ben altra arguzia, per non dire volontà d’indagine. D’altra parte, non è per niente detto che una leggenda debba richiedere, in quanto tale, di morire agli occhi e alla curiosità delle generazioni. Ma comunque, per tramadarne il pieno spirito sarebbe richiesta, specie al cinema, l’arte di emozionare oltre che di rappresentare. I protagonisti del film, invece, danno l’impressione di “fare come se fosse”, passando da una scena all’altra con la diligenza di grandi attori chiamati per una volta a fare a meno del cuore. Immersi in un calderone di scontri faticosi e confusi, spettacolari all’americana, Riccardo Cuor di Leone (Danny Huston) e Sir Godfrey (Mark Strong), il Maresciallo Guglielmo (William Hurt) e il Principe Giovanni (Oscar Isaac) sono mossi da fili non invisibili e in mezzo ad essi l’arciere di Sherwood persegue l’inverosimile compito di fare gli occhi dolci a Lady Marion (Cate Blanchett) mentre ancora non ha deciso di divenire il mitico eroe che “ruba ai ricchi per dare ai poveri”. Finirà in una gran cagnara sulla spiaggia di Dover, dove all’improvviso il film lascia sfacciatamente cadere il velo medievale e spara senza mezzi termini sullo spettatore uno “sbarco di marines”, più popoloso che grandioso, come per dare l’impressione che l’argomento, pur leggenda, non fosse poi di rilevanza minima.

Franco Pecori

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12 maggio 2010