La complessità del senso
24 09 2017

Oliver Twist

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Oliver Twist

Roman Polanski, 2005

Barney Clark, Ben Kingsley, Jamie Foreman, Leanne Rowe,

Harry Eden, Edward Hardwicke, Mark Strong.

 

Polanski sa guardare la storia in faccia. L’Oscar per “Il pianista” è il momento di maggiore evidenza, ma in tutti i suoi film c’è l’inquietudine che viene dalla coscienza del “Male”, sentimento moderno e tuttora attuale,specie per chi, come Polanski, ha avuto i genitori perseguitati a Mathausen e Auschwitz. L’orfanello “prigioniero” nell’infernale Londra dei poveri può avere una valenza autobiografica. Il regista però non “modernizza” Dickens (1837) e anzi lo tratta con profondo rispetto. Certo, oggi i bambini subiscono le crudeltà del mondo non più a Londra. Certo la tecnica dei ladri e i loro interessi passano per altre vie. Ma ciò che conta sono i concetti. E perciò Polanski non “rivisita” Dickens, lo visita. Non lo “illustra”, lo fotografa, mantenendo la distanza del tempo senza tuttavia perdere la misura del senso. Oliver Twist non è Harry Potter. E non può esserlo. In Oliver non c’è magia, c’è il miracolo dell’onestà, della pazienza, della resistenza fisica e morale; c’è la dignità del bambino che è in ciascuno di noi. Del bambino orfano e nobile, nell’Ottocento come nel Duemila, se l’arte ha un valore.

Franco Pecori

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21 ottobre 2005