La complessità del senso
23 09 2017

Notte folle a Manhattan

film_nottefolleamanhattan2Date Night
Shawn Levy, 2010
Fotografia Dean Semler
Steve Carell, Tina Fey, Mark Wahlberg, Taraji P. Henson, Jimmi Simpson, William Fichtner, Leighton Meester, Kristen Wiig, Mark Ruffalo, James Franco, Mila Kunis, Bill Burr, Savannah Rae.

Di largo consumo e quasi per cinefili. Raro caso di matrimonio impossibile riuscito. È il segreto di Date Night, un film che si copre dai rischi di un impegno un po’ scontato e di un disimpegno un po’ meccanico affidando soprattutto alla bravura dei protagonisti la trasfomazione del forsennato ritmo narrativo in simpatica e non superficiale parodia di una condizione di vita “fatale” a milioni di persone. La sceneggiatura (Josh Klausner) è perfetta anche nelle virgole, la scansione delle scene non dà tregua all’ovvio, cancellando i pericoli dello scadimento uno ad uno, con un lavoro sistematico che diremmo di “prevenzione”: ogni ovvietà, non appena intuita, si muta in un furbo ammiccamento e rende la battuta e/o la situazione pronta ad un nuovo uso. Il già visto e il già detto non hanno modo di sopravvivere, sono riproposti sotto altra veste, ad un grado di consapevolezza ulteriore. È il lavoro più difficile che si possa chiedere ad un regista, di coinvolgere il pubblico in una non-noia utilizzando la “noia” di genere, attinta da temi ultrasedimentati nella memoria cinematografica. Dicevamo quasi per cinefili perché, a differenza di autori esplicitamente impagnati, Levy non ci chiama al riconoscimento di citazioni bensì ci offre già confezionato il materiale del divertimento, come l’avesse trovato in strada, per caso. Phil (Carell, Una settimana da Dio, Little Miss Sunshine, 40 anni vergine) e Clara (Fey, sceneggiatrice e produttrice televisiva) si spostano dalla periferia a Manhattan (sacrario della commedia) con la naturalezza inconsapevole che fa di loro una “coppia/Alice” nella meravigliosa città del vivere bene. Conquistano un tavolo nel ristorante più esclusivo con un sotterfugio “ingenuo” e si apre per loro un mondo di felicità sognata e possibile, imprevedibile risvolto della monotonia quotidiana dalla quale sono voluti fuggire. Ma non potranno finire il fantastico risotto che è stato loro appena servito. E mentre si susseguono nuove situazioni, i due mostrano una strana capacità di assorbirle, quasi cogliessero al volo i possibili riferimenti cinematografici di genere (due poliziotti corrotti inseguono una coppia di ladri, la cui identità viene scambiata con quella di Phil e Clara). Mille dettagli e mille osservazioni non scadono mai nella didascalia, vengono invece assorbiti con puntualità millimetrica nel racconto. Alla fine, mentre ci ricorderemo che tutto è avvenuto durante il sonno pacifico dei figli affidati alla baby sitter, ci sembrerà di aver vissuto anche noi la “brutta” avventura e saremo contenti per Phil e Clara, per il loro rapporto revitalizzato grazie appunto alla terribile notte passata a Manhattan. Tutto per un risotto interrotto al tavolo del ristorante più alla moda. Per una volta, si poteva anche fare.

Franco Pecori

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7 maggio 2010