La complessità del senso
18 11 2017

Gli amori folli

film_gliamorifolliLes herbes folles
Alain Resnais, 2009
Fotografia Eric Gautier
Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric, Michel Vuillermoz, Annie Cordy, Sara Forestier, Nicolas Duvauchelle, Vladimir Consigny, Dominique Rozan, Jean-Noel Brouté, Roger-Pierre.
Cannes 2009: concorso.

Mettiamo che un giorno un bravo regista proponga di rilanciare su larga scala un autore come Alain Resnais a suo tempo apprezzato da una ristretta élite, rilanciare Resnais invece – diciamo – di Enzo G. Castellari. In che mondo saremmo? In un mondo dove Gli amori folli sarebbe un film vietato ai maggiori di 5 anni! La logica con cui va vista l’ultima fatica dell’ottantottenne regista francese prescinde dal rispetto dei generi. Resnais punta al proprio originalissimo realismo poetico, continuando ad annotare, come ha sempre fatto da Hiroshima mon amour (1959) a Smoking no smoking (1993) e a Cuori (2006). Si tratta di un realismo (usiamo la parola in modo provocatorio)  di caparbia quanto amorosa astrazione, vòlto a cogliere ed a tradurre in immagini i movimenti interiori soggettivi – memoria e sentimento – secondo una disciplina metodica che non lascia spazio alla “normalità”. O meglio, la considera e la decostruisce “in soggettiva”, ritagliandone i dettagli per riproporsi in funzione di un continuo spostamento di senso sul filo di una suspense non immediatamente rintracciabile. La fantasia che ne scaturisce ha la libertà della prima infanzia, quando le associazioni non tengono conto delle “conseguenze” pratiche e vanno creando e ricreando, già distruggendo anche a volte, ipotesi di mondi nuovi, più o meno istantanei o duraturi: un accumulo di sensazioni e di scelte, di preferenze e di scarti che si viene formando secondo un interesse, per così dire, “disinteressato” delle sorti altrui. Georges (Dussollier) è un “bambino” di una certa età, un uomo maturo entrato, o voglioso di entrare alfine, in quella dimensione infantile che gli permette di associare liberamente i dettagli del quotidiano e di seguirli con fantasia, ripescando in sé, nel profondo e in superficie si direbbe senza molta differenza, associazioni possibili, soddisfazioni frustrate, progetti irrealizzati, ironie esercitabili. L’inizio del film sembra riproporci una continuazione ideale del perseguimento della casualità o, se si preferisce, della curiosa drammaticità del destino individuale visto con la solita capacità di osservazione umoristica. Un borseggiatore rapina Marguerite (Azéma) e poi abbandona il suo portafoglio nel garage di un grande negozio. Il caso vuole che sia proprio Georges a trovare quel portafoglio. Lo consegnerà alla polizia, ma rimarrà “prigioniero” della foto della donna, dal cui misterioso fascino non potrà più separarsi. E da parte sua, Marguerite subirà analogo destino, irritata dapprima dalle insistenze dello sconosciuto e poi man mano sempre più attratta dalle misteriose ragioni di lui. Una storia romantica? Tutto qui? Nemmeno per sogno. Il racconto si frantuma in un accumolo di osservazioni e di tagli. Calma esterna e frenesia interna. Veniamo condotti in un labirinto di “non detto”, dove le cose materiali e le intimità indescrivibili si mescolano senza continuità, con discrezione. Inquadrature e sequenze si legano facendoci sentire partecipi di una conquista indicibile, di un recupero, di un riscatto trasognato e realizzato come per caso e perciò bellissimo, soddisfacente. Cinema e vita “reale” si fondono e si sostengono a vicenda, nella fantasia/memoria di Georges, coniugando tra loro per analogia spunti fantastici (per esempio la visione del vecchio film I ponti di Toko-Ri – Mark Robson, 1955, con William Holden e Grace Kelly) e l’ebrezza di un volo nello spitfire di Marguerite, in un finale indimenticabile che disegna in giravolte nel cielo azzurro la conclusione “fatale” della storia-non-storia di un uomo immaginario e futuro. Christian Gailly, autore del romanzo L’incident da cui il film, ha detto: «Resnais non filma la letteratura, compone immagini che ci raccontano qualcosa di completamente diverso: che cosa non lo so, ma è qualcosa di visibile».

Franco Pecori

Print Friendly

30 aprile 2010