La complessità del senso
17 11 2017

Perdona e dimentica

film_perdonaedimenticaLife During Wartime
Todd Solondz, 2009
Fotografia Edward Lachman
Shirley  Henderson, Ciarán Hinds, Allison Janney, Michael Lerner, Chris Marquette, Rich Pecci, Charlotte Rampling, Paul Reubens, Ally Sheedy, Dylan Riley Snyder, Renée Taylor, Michael K. Williams, Gaby Hoffmann, Emma Hinz, Meng Ai.
Venezia 2009 concorso: Todd Solondz Osella sc.

Il titolo italiano del film nasconde una valenza strutturale forse anche più provocatoria dell’originale. Difficile infatti uscire indenni dalla trappola del senso rappresentata da quella sorta di opposizione insanabile eppure complementare rappresentata dalla forma: perdonare e/o dimenticare. «Se si dimentica non si perdona, se si perdona spesso non si dimentica». Ad un certo grado di ambiguità, ogni storia da raccontare potrebbe implicare problematiche dalle soluzioni corrispondenti sul versante del perdono e/o della memoria. La verità, forse, è che la vita contiene in sé la dialettica di tale discorso e si tratta di accenti, non di esclusioni. Fatto sta che il regista del New Jersey (nato a Newark nel 1959), Todd Solondz, già toccato dal successo per Happiness nel 1998 a Cennes (Quinzaine des Réalisateurs), ha insistito nella “persecuzione” non bonaria della storia, dei caratteri e dei modi di vivere della media borghesia americana idealmente collocabile, questa volta, in un ridente angolo della Florida ed ha ottenuto a Venezia nel 2009 il premio per la migliore sceneggiatura. La famiglia delle tre sorelle, Joy (Henderson), Trish (Janney) ed Helen (Sheedy), vista con l’occhio di una cinepresa priva di scrupoli “generici”, offre al pubblico lo spettacolo indecente della propria decomposizione. E scoprendo i sottili tormenti di quelle esistenze, non ci sfugge il lato socio-patologico delle loro “normalità”. Deflagrano al nostro cospetto i tic comportamentali e gli equivoci morali di cui si compongono le loro giornate e vediamo crescere inesorabilmente il livello di guardia di una verità complessiva “inconfessabile”. Per esercizio, potremmo sistemare il tutto sotto tre indici principali: solitudine, depressione, pedofilia, ma è ben visibile quanto l’abbondanza delle rivelazioni neghi e moltiplichi per paradosso gli aspetti più appariscenti di un “nervosismo” forse incurabile. Il repertorio delle espressioni “disturbate” è talmente ampio da oltreppassare la casistica rispetto a diversi fronti: dal falso rapporto pedagogico madre-figlio e padre-figlio agli incubi sessuali in forma di visioni fantasmatiche e all’incomprensione alienante di tutta la famiglia verso i possibili sbocchi creativi (Helen, per esempio, non è per nulla consolata dal proprio successo hollywoodiano). Tutto sembra pazzesco, ogni parola, ogni piccolo atto eppure si sta a guardare, come per trovare una scusa e, sorridendo a denti stretti, poter dire che noi non siamo esattamente così. E che nessuno mai potrà diventare così. La trappola è ben tesa da una regia “geometrica” e spietata, umoristica e drammatica, una composizione fredda che toglie al “teatro” e restituisce al tempo cinematografico, cancella parole con gesti, recupera oggetti quasi dal nulla, da “cose” che di solito non vediamo nemmeno. Cinema modernissimo e per pochi. Non è un dirne male.

Franco Pecori

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16 aprile 2010