La complessità del senso
19 09 2017

La città verrà distrutta all’alba

film_lacittaverradistruttaallalba1The Crazies
Breck Eisner, 2010
Fotografia Maxime Alexandre
Timothy Olyphant, Radha Mitchell, Joe Anderson, Danielle Panabaker, Christie Lynn Smith, Brett Rickaby, Preston Bailey, John Aylward.

Il genere horror è tra i più rigidi nel rispettare alcune regole sia strutturali che espressive, prima fra tutte la regola della “paura”. Nei pochi casi in cui viene coltivato in forma autoriale, e se non altro per questo, l’horror non può sfuggire ad un plus di ambiguità produttiva, estetica. Dato che la “paura” è un parametro di per sé troppo largo – a pensarci, non si sa bene come definirlo giacché motivazioni ed effetti tendono a confondersi in una nebbia emotiva e/o in un labirinto ideale dalle radici complesse, difficilmente semplificabili -, il giudizio estetico diviene essenziale – proprio come dev’essere. Di fronte ad un capolavoro di George A. Romero (La notte dei morti viventi, 1968) niente di meno significativo della domanda preventiva, che alcuni appassionati di horror usano porre ad amici che hanno già visto il film: «Fa paura? quanto fa paura?». La montagna di referenzialità che quel film poteva indicare già ai tempi della Contestazione (il mondo tecnico e “sperimentale” che si decompone fino ad invertire, per mancanza di una prospettiva filosofica, la propria vitalità in forme di orribile sopravvivenza) non ha più smesso di accrescersi, grazie all’arte cinematografica di un regista che ha saputo dare all’horror un senso non precostituito. Per intenderci, la suspence è elemento essenziale del film, legato sia alla forma che alla sostanza del contenuto in maniera non esclusivamente progettuale bensì percettiva non meno che narrativa. Il che realizza appunto quella sorta di consustanzialità che dà al film il necessario carattere di implementarietà e carica l’horror del plurisenso indispensabile per una coscienza complessa della fruizione. Tanto questo è vero che perfino in un prodotto secondario rispetto al capolavoro del ’68, Romero, continuando “in minore” la ripetizione  del tema dell'”inquinamento” per errore o disgrazia, e cioè del destino catastrofico di un’umanità “maledetta” dalla sua “vocazione” malefica, riesce a prolungare il perverso successo in chiave di “contagio” col successivo The Crazies (La città verà distrutta all’alba, 1973). Dopo di che, diverrà ineluttabile la “regolarità”, la stabilizzazione anche concettuale del termine Zombie, tradotto in film nel 1978. È la qualità artistica dell’invenzione di Romero a fare dell’horror un oggetto culturale produttivo, in profondità e al di là del genere. E a rendere possibile, diremmo quasi naturale, oggi una conseguente interpretazione proprio del proseguimento di quei Folli del ’73, così lontani nel tempo così vicini nella mente collettiva. Eisner (Sahara, 2005), ha avuto l’intelligenza di cercare nel precedente la saggezza di un’epoca e di tradurla non alla lettera, nella sostanza. Il pericolo, l’incubo del contagio viene da un virus prodotto da una ricerca batteriologica a fini militari. Un aereo cade e porta sostanze velenose nella piccola città di provincia, nel cuore dell’America. Lo sceriffo, la moglie incinta, la fuga dai mostri inconsapevoli assalitori. Tutto sembra come allora, ma non è una ripetizione. Ora il mondo sembra davvero avviato all’autodistruzione. Non resta che recintare il pericolo, ma con poche speranze. La scommessa è estrema. Ed ecco che a fronte di un tale futuro l’aggressione dei folli – contagiati a noi vicini, gente che conosciamo bene, che vediamo ogni giorno, sanguinari e insensati –  risulta delimitata, circoscrivibile. Tuttavia l’orrore che produce è al di là del “sangue” e della violenza deflagrante e “improvvisa”. S’impadronisce di noi, invece, una sensazione (estetica appunto) di disgusto verso la possibilità stessa, o probabilità, che un triste destino segua i nostri passi, lungo il confine del campo di grano. È vero, all’orizzonte s’intravede un’altra città, salvata dalla distruzione. La sensazione, però, è che il finale sia fittizio. E che non valgano i “grandi mezzi” e gli effetti utilizzati dal regista per assistere la nostra fantasia nell’angoscioso viaggio attraverso la pazzia del contagio. No, questa città distrutta all’alba non è una semplice ripetizione.

Franco Pecori

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23 aprile 2010