La complessità del senso
20 11 2017

Sul mare

film_sulmareSul mare
Alessandro D’Alatri, 2010
Fotografia Alessio Gelsini Torresi
Dario Castiglio, Martina Codecasa, Nunzia Schiano, Vincenzo Merolla, Raffaele Vassallo, Kevin Notsa Mao, Salvio Semoli, Mino Manni, Anna Ferzetti, Barbara Stellato, Adriana Marega.

C’è chi preferisce i giovani di Moccia. D’Alatri però non fa un film sui giovani d’oggi e questo, in un certo senso, può oggi dare perfino fastidio. È pur vero che i protagonisti sono due ragazzi contemporanei, ma il lavoro del regista non pare vòlto ad un loro ritratto sociologico. Si parte dal romanzo Sul filo del mare, di Anna Pavignano, autrice insieme a D’Alatri anche della sceneggiatura. Poi, particolare non trascurabile, si realizza il film con tecnica digitale (riprese agili e costi bassi). Terzo, si evita il pericolo di un possibile documentarismo dovuto alla “leggerezza” dei mezzi e si sfrutta la “libertà” della tecnica per un approccio ai materiali – personaggi e cose – più personale e soggettivo. Non si tratta di un capolavoro, ma la delicata e struggente storia d’amore di Salvatore (Castiglio) e Martina (Codecasa) non suggerisce “rispecchiamenti”. Non oltre, almeno, la necessaria collocazione nel “contesto poetico”, l’isola di Ventotene e il mare circostante. Sul mare è una fiaba sentimentale, è la storia “impossibile” di un barcaiolo e di una studentessa universitaria. I due attingono al caso che per un attimo li lega e lasciano poi, impotenti, che i propri destini si compiano diversamente. Salvatore accompagna d’estate in giro i turisti con la sua barca e d’inverno s’arrangia da edile in nero. Martina, genovese, arriva sull’isola con le bombole da sub: vuole immergersi forse anche per fuggire alla situazione famigliare che la costringe in una sofferenza che possiamo solo intuire. Studia ed è in attesa di una borsa Erasmus per Barcellona. Non dimenticherà mai Salvatore – lo dirà al ragazzo piangendo al telefono. Però se ne va. E Salvatore resta così colpito da subire conseguenze psicofisiche gravi. Dimentico del come muovere i passi finisce per cadere dall’impalcatura mentre lavora in cantiere. Il film non è che il frutto dell’istantaneo e sincretico “ripasso” che egli fa della propria vita. Certo le due condizioni, di Salvatore e di Martina, sono ben collocate in un quadro verosimile; e certo – qui un punto debole – non era necessario insistere sulla questione del lavoro nero con una “sacca” della sceneggiatura che non aggiunge nulla alla dimensione sentimentale e intima del racconto, ma D’Alatri si riscatta con la sua capacità di rappresentare senza retorica e diremo fisicamente la verità dei personaggi. In particolare i toni e il linguaggio di Salvatore e del suo amico Capadiciuccio (Vassallo), la tenerezza materna dipinta sul volto di Nunzia Schiano fanno pensare alla poesia di Troisi, non solo per il contributo della Pavignano, compagna e sceneggiatrice dei film del comico napoletano. In sostanza, un film poetico, non perfetto, ma godibile nella sua ambizione extrastandard.

Franco Pecori

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2 aprile 2010