La complessità del senso
20 11 2017

Simon Konianski

film_simonkonianskiSimon Konianski
Micha Wald, 2009
Fotografia Jean-Paul De Zaeytijd
Jonathan Zaccaï, Popeck, Abraham Leber, Irène Herz, Nassim Ben Abdelmoumen, Marta Domingo, Ivan Fox.
Roma 2009, L’altro Cinema Extra.

Ritmo tranquillo, nessuna invenzione vistosa, commedia apparente (in realtà saggio sulla possibile trasformazione della cultura ebraica), satira liscia, sorrisi e non risate. Gli ebrei oggi visti da uno di loro, non conservatore. Simon  Konianski (Zaccaï, Finché nozze non ci separino, Tutti i battiti del mio cuore), 35 anni, laureato in filosofia, si separa dalla madre di suo figlio Hadrien (Ben Abdelmoumen)  e si rifugia dal padre Ernest (Popeck), dal quale non riesce a separarsi, “immaturo” com’è. Sembra più ragionevole il bambino, il quale, nonostante le proteste chiassose della mamma ballerina, sceglie di volta in volta con chi vuole stare, incuriosito sia dalla “spensieratezza” di Simon sia dalla “saggezza” del nonno. Ernest racconta al piccolo il proprio passato drammatico (la deportazione, il campo di concentramento) e perseguita Simon con il “normale” suggerimento di trovarsi un lavoro fisso. Sul versante persecuzione nazista, il limite della paranoia è rappresentato dall’anziano fratello di Ernest (Leber), ossessionato tuttora dalla “presenza” degli uomini della Stasi (la sicurezza di Stato della Germania comunista). Insomma passato, presente e futuro interagiscono in una trama situazionale nutrita di riferimenti in codice tra memoria e attualità (Gaza, la diaspora, lo sterminio, la presenza rabbinica). Uno di tali elementi, a un certo punto, si fa azione. Muore Ernest e c’è il problema della sepoltura. Per rispettare le volontà del padre, Simon si mette in macchina verso l’Ucraina portando con sé la salma, Hadrien, lo zio e la moglie di lui. È un viaggio un po’ grottesco e un po’ patetico. Sembra comunque che a Simon faccia bene, il giovane pare sollevarsi dagli incubi di una famiglia troppo legata a certa mentalità tradizionale. Le scene però versano in una progressiva meccanicità che mescola simbolismi e riflessioni, umorismi e malinconie storiche senza ritrovare una sufficiente fluidità narrativa. Lasciando stare i Coen e Woody Allen, la cui evocazione da parte di alcuni pare non più che esterna e referenziale, il film del trentacinquenne regista belga (autore al secondo lungometraggio e già apprezzato nei festival di Clermont-Ferrand, Locarno, Cannes, Montréal) evidenzia e conferma soprattutto una vivace istanza di rinnovamento culturale da parte dell’ebraismo.

Franco Pecori

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9 aprile 2010