La complessità del senso
19 11 2017

The Hurt Locker

film_thehurtlockerThe Hurt Locker
Kathryn Bigelow, 2008
Fotografia Barry Ackroyd
Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes, David Morse, Evangeline Lilly, Christian Camargo, Suhail Al Dabbach, Christopher Sayegh, Nabil Koni, Sam Spruell, Sam Redford, Feisal Sadoun, Barrie Rice, Justin Campbell, Malcolm Barrett.
Oscar 2010: Film, Kathryn Bigelow  regia, Mark Boal sceneggiatura.

A Bagdad e dintorni, nella città sconvolta e nel territorio desertico, si trovano disseminati ordigni di tutti i tipi e si aggirano uomini e bambini imbottiti di esplosivo, volontari o condannati all’autodistruzione aggressiva. Ma filmare persone e cose non basta. Inizialmente l’intento della regista (Point Break, Strange Days, K-19: The Widowmaker) sembrerebbe più documentario che drammatico; con il suo stile rapido e volutamente sbrigativo, simil Tg, Kathryn Bigelow fotografa situazioni “obbiettive”, restituendoci sequenze e inquadrature in sostanza già viste. Poi arriva il sergente William James (Renner) e assume il comando della squadra composta dal sergente Sanborn (Mackie) e dallo specialista Eldridge (Geraghty). Nel caos bellico, i due sono abituati ad un lavoro tecnico, da svolgere con le dovute precauzioni. Gli ordigni vanno disinnescati con l’ausilio del robot e guardandosi da tutti i pericoli contestuali. A volte succede che qualcuno ci rimetta la pelle, com’è infatti accaduto al terzo componente della squadra proprio mentre, durante un’operazione di disinnesco, tirava nella squadra un’aria di spensieratezza sarcastica: «Vorrei un hamburger, strano», «Ci vorrebbe l’erba, tu la vendi e io la taglio. Diventeremmo ricchi». Invece James, è un ranger «tirato fuori dalla spazzatura», sugli ordigni ci va direttamente, senza robot, fa con le tronchesi e quando ha fatto mette da parte i pezzi come per una collezione. Sembra sia lì per divertirsi. Sanborn ed Eldridge contano i giorni. Ne mancano 39 alla fine del servizio. Ora sentono che James li sta mettendo nei guai. Ora è James il protagonista e infatti l’attenzione si sposta dal contesto all’interno – per così dire – del personaggio. L’obbiettivo, pur non staccandosi in apparenza dal referente materiale, punta alle ragioni psicologiche. James è insieme artifice e prodotto della vita rischiosa, man mano che accumula operazioni riuscite si rafforza in lui una corazza di indifferenza e il pericolo diviene sempre più un vizio, una droga di cui egli non può fare a meno. Magari resta “sconvolto” dalle morti assurde, di un bambino e di un uomo-bomba; e rientrando a casa per la dovuta sosta, prova un senso di spaesamento alle prese con la scelta “inutile” di un pacchetto di cereali al supermercato. Ma il dramma è in quella sorta di omogeneizzazione delle prospettive che va sostituendo in lui le differenze in funzione dell’unico “vizio” ormai acquisito. Perciò si riparte. Di nuovo la tuta e pronti per la guerra ai pericoli dell’esplosivo. Guerra ai pericoli ma nel pericolo. O tutto forse non avrà più senso. Quella della Bigelow è un’arte fredda e agghiacciante. Esibita quasi con spavalderia, senza curarsi – si direbbe – del paradosso in cui è immerso il mondo contemporaneo, in cui la bomba è dentro ciascuno di noi. Ed è proprio la freddezza che misura la distanza intellettuale necessaria per riflettere e possibilmente decidere circa il nostro futuro. Un film che può risultare anche molto scomodo.

Franco Pecori

Print Friendly

10 ottobre 2008