La complessità del senso
23 09 2017

Io sono l’amore

film_iosonolamoreIo sono l’amore
Luca Guadagnino, 2009
Fotografia Yorick Le Saux
Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Maria Paiato, Diana Fleri, Waris Ahluwalia, Gabriele Ferzetti, Marisa Berenson.
Venezia 2009, Orizzonti. Berlino 2010, fc.

Rispettabile tentativo. Non sono molti i registi che cercano di fare cinema mentre mettono in atto sceneggiature. Parole grosse? No, se non le si prende per un giudizio di valore. Parliamo piuttosto di metodo. Guadagnino (i suoi film circolano per lo più per i festival, The Protagonists, Mundo civilizado, Cuoco contadino, Melissa P.) ha l’aria di aver voluto scalare fino in cima la propria piramide artistica offrendo al pubblico una lampante prova di stile. Prova sconfinante a tratti nell’esercitazione formale, ma complessivamente non povera di senso. Cioè della consapevolezza, sia pur esibita, del valore della ripresa e del montaggio nella traduzione del racconto in immagini cinematografiche. Attratti dalla non usuale puntualità visiva della rappresentazione anche degli ambienti, alcuni hanno pensato a Visconti. Invece, sull’eleganza e l’attrattiva iconologica e plastica prevale decisamente quella sorta di apparente distacco e di accanita “obbiettività” che definiscono il metodo di Antonioni, nel suo “livellamento ontologico” della realtà plastica. Per cui, a dirne una, il sentimento non proprio di simpatia verso una famiglia della borghesia industriale milanese risalente al compromesso col fascismo, è connotato attraverso l’interesse paritario della cinepresa per i volti, le rare parole, i movimenti freddi e discreti, le decisioni gentili e feroci e per gli oggetti e i panorami della vita. A delimitare la storia bastano poche battute. Edoardo/Parenti, figlio di Tancredi/Delbono, designato alla successione del vecchio patriarca (Ferzetti) alla guida dell’azienda, dice alla sorella Betta/Rohrwacher, lesbica ed estranea al sistema famigliare: «Betta, è finita. Vendiamo tutto». E Betta quasi sorridento: «Diventeremo sempre più ricchi». Quindi la madre Emma/Swinton nel “tragico” e lungo finale: «Io amo Antonio». Antonio/Gabbriellini è il giovane cuoco toscano, altro “estraneo”, il quale si esprime attraverso i piatti che Edoardo crede realizzati per segreto trasporto maschile e che invece colpiscono la sensualità di Emma. Chiude Tancredi, il quale reagisce così alla confessione della moglie: «Tu non esisti».  Battute che fanno ridere? Prese in sé, forse. Ma dentro al metodo di cui sopra hanno più o meno il ruolo di quelle di un Tonino Guerra nei film di Antonioni. Valore paritario con gli oggetti della ripresa. Ovviamente la differenza con l’autore de L’eclisse e de La notte c’è e si vede, ma è da misurare piuttosto nella consistenza di valore, nella tendenza di Guadagnino ad insistere, ad esagerare, sicché la stessa costruzione della metafora (“sesso e natura”, per esempio) finisce per prevalere sulla propria valenza estetica. E perfino le parti che più attingono ad una dimensione sentimentale/erotica (il nascere e l’esplodere dell’attrazione “trasgressiva” Emma-Antonio) risultano più contaminate che determinate dalla ricerca formale.

Franco Pecori

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19 marzo 2010