La complessità del senso
20 11 2017

Donne senza uomini

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Shirin Neshat, 2009
Fotografia Martin Gschlacht
Pegah Ferydoni, Arita Shahrzad, Shabnam Tolouei, Orsi Tóth.

Teheran, 1953. Il Primo Ministro Mohammad Mossadegh viene deposto con un colpo di stato, complici gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e il potere dello shah Mohammed Reza Pahlavi viene restaurato. Quel golpe avrebbe poi portato l’Iran fino alla rivoluzione islamica del 1979. Gli avvenimenti di quella lontana estate fanno da referente storico alle vicende intrecciate di quattro donne, narrate dalla regista iraniana al suo primo lavoro cinematografico, realizzato in tandem con l’abituale collaboratrice Shoja Azari. Emigrata negli Stati Uniti, Shirin Neshat ha praticato finora l’arte delle video installazioni. Premiata con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1999, ha poi realizzato una serie di video dedicati alle protagoniste del romanzo Donne senza uomini della scrittrice Shahrnush Parsipur. L’installazione, articolara in diverse stanze, ha avuto successo nel 2008 in Danimarca e quindi a Pechino e ad Atene. Infine, la versione cinematografica, ispirata sia al libro della Parsipur sia alle relative realizzazioni in videoart. La regia ha avuto il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia del 2009. L’approccio della Neshat al lungometraggio cinematografico risente della precedente attività, soprattutto in termini di consapevolezza espressiva. Un certo carattere di “militanza” culturale/politica si sostanzia di una notevole capacità di elaborazione dei linguaggi. Agiscono nel film quattro donne e vanno a comporre altrettanti ritratti con un filo che le lega: la volontà e il coraggio di assumersi la responsabilità di riappropriarsi della propria vita. Il che, nel contesto di cui sopra, può anche significare la rinuncia a vivere, il suicidio, pur di non cedere alla voglia di libertà. È il caso di Munis, oppressa dall’ottusa arroganza del fratello, vittima egli stesso dei pregiudizi che ne condizionano l’amore verso la sorella. Altro destino tragico è quello di Faezeh, violentata mentre sogna una famiglia per sé. E poi Zarin, la prostituta distrutta dall’orrore del suo mestiere; e Fakhri, la quale trova nella maturità la forza di abbandonare il marito per ritirarsi in campagna. Nel suo giardino trovano rifugio le altre e vanno a formare una sorta di comunità ideale mentre a Teheran la situazione precipita nel modo che sappiamo (e vediamo). La rappresentazione assume a tratti un valore spiccatamente simbolico, mantenendo nel complesso un apprezzabile tono poetico. Una sorta di realtà magica va a sostituirsi all’orrore della vita violenta da cui la città è sconvolta. Arte e utopia si legano in una provocazione molto attuale.

Franco Pecori

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12 marzo 2010