La complessità del senso
25 09 2017

Shutter Island

film_shutterislandShutter Island
Martin Scorsese, 2009
Fotografia Robert Richardson
Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earl Haley, Ted Levine.

C’è un’isola dentro di noi? Un’isola oscura che imprigiona i nostri incubi? Tema da psicothriller difficile da rendere semplice e chiaro ad un pubblico genericamente inteso. Eppure Scorsese ci ha voluto provare, allestendo un assemblaggio di generi e sottogeneri (tra noir e horror), sia a livello progettuale che, per li rami, negli strati derivati della narrazione e nelle forme diversificate dei piani espressivi. Il botteghino ha detto subito sì: in America, record personale del regista alla prima uscita – 40,2 milioni di dollari contro i 27 di The Departed. Preparatevi a delle sorprese sconvolgenti, proprio nel senso che, a cominciare dall’inizio del film, il significato che verrà proposto alla vostra prima “lettura” sarà da considerare del tutto provvisorio, tanto che forse, alla fine, vi domanderete se sia stata opportuna una sofisticazione tanto radicale quanto poco raffinata. Opportuna nel senso dell’arte. Come ovvio, il paragone con il libro, il best-seller di Dennis Lehane, non servirebbe a capire. Tolta la sceneggiatura (Laeta Kalogridis), cioè il lato scritto del film, unico rapportabile – e nemmeno direttamente – al libro, troppo diverse sarebbero le pertinenze sul tavolo. E comunque la sceneggiatura è qui sovrastata in importanza dalle immagini fotodinamiche, montate secondo una preferenzialità non certo sottomessa alla pagina scritta. L’agente federale Teddy Daniels (DiCaprio), accompagnato dall’aiuto Chuck Aule (Ruffalo), arriva sull’isola-fortezza Shutter Island, sede del manicomio criminale di Ashecliffe,  per indagare sulla misteriosa scomparsa di una detenuta. Così ci viene detto e per un po’ ne sembra convinto lo stesso Daniels. DiCaprio lo dà ad intendere con la solita bravura. I solchi che gli contraggono la fronte e i grandi occhi dubbiosi connotano indagine. Soprabito, cappello e cravatta indicano quinto decennio del Novecento. Di conseguenza, quando entrano nell’inquadratura le maschere di Kingsley e von Sydow, non dobbiamo sforzarci troppo a scorgervi tracce delle crudeltà “scientifiche” riassumibili in terapie come la lobotomia. Intanto, però, la fuggitiva non si trova. Piove e tira vento, la natura è nemica, le onde s’infrangono con violenza contro le rocce e all’interno del faro, guardato da uomini armati, non si sa cosa si nasconda. Roba da entrare in paranoia. Alcuni elementi che sembrano più che concreti rafforzano nell’agente federale il sospetto che qualcosa di molto strano sia avvenuto e/o stia avvenendo nella fortezza. È anche vero (vero nel senso che Scorsese ci mostra le immagini) che, in parallelo, qualcosa di strano accade nella mente di Daniels. A chi dobbiamo credere? Ai responsabili del manicomio i quali non sembrano avere nei confronti del poliziotto un atteggiamento amichevole, oppure all’irresistibile ansia indagatrice del protagonista, sempre più turbato dall’inquietante atmosfera di Shutter Island? Ci sentiamo francamente in uno stato di inferiorità. Le immagini (belle per la fotografia e per la scenografia di Dante Ferretti) sono “vere” per loro natura e si rifiutano – per così dire – di restituirci l'”interno” dei personaggi in maniera verificabile con mezzi che non appartengano alla propria stessa consistenza qualitativa. Non siamo in grado, non per colpa nostra, di riconoscere l’autenticità delle visioni e degli incubi ricorrenti in Teddy. Il regista, prima o poi, dovrà spiegarci esplicitamente come stanno le cose. A quel punto, mentre cadrà il velo del mistero verrà pure meno il valore estetico dei flash che del mistero avevano coltivato la crescita. Alla stessa maniera risulterà confusa la gerarchia dei contenuti di quei flash, dagli orrori nazisti alla morte della moglie e dei figli del poliziotto e, via dicendo,  tutto il materiale “parallelo” che s’incunea nel racconto pretendendo pari dignità, ben sapendo che non potremo essere noi a deciderne. Tanto di cappello allo sforzo di Scorsese nel gestire sulla linea mediana il successo dei generi, ma questa volta l’autore fa quasi la figura dell’intruso.

Franco Pecori

Print Friendly

5 marzo 2010