La complessità del senso
23 11 2017

Intrigo a Berlino

film_intrigo_a_berlino1.jpgThe good german
Steven Soderbergh, 2006
George Clooney, Cate Blanchett, Tobey Maguire, Leland Orser, Tony Curran, Beau Bridges, Robin Weigert, Dave Power.

Questa volta non è un film “tratto da una storia vera”. E’ piuttosto un film “tratto da un film vero”. Tutto fa pensare a Casablanca (Michael Curtiz, 1942), con la differenza che siamo a Berlino nel ’45. E con la differenza che i protagonisti non sono Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, ma George Clooney e Cate Blanchett. Difficoltà insormontabile, volendo, come vuole Soderbergh, ricalcare un momento indimenticabile del cinema, genere e stile. Jake/Clooney, corrispondente di guerra per un giornale americano, arriva nella capitale della Germania devastata dai bombardamenti, per seguire la conferenza di pace di Potsdm, ma si trova invischiato in un intrigo internazionale, in cui i vincitori fanno a gara nell’approfittarsi della situazione (mercato nero e corruzione) e nel dare la caccia agli scienziati tedeschi che avevano lavorato al progetto della “bomba”. L’intreccio si complica per via dell’incontro con la vecchia fiamma di Jake (Lena/Blanchett), ora ridotta a gelido simulacro dopo le sofferenze e i compromessi della guerra. Ci scappa il morto e saremmo nel noir se non fossimo nel “Bianco&Nero” d’epoca più perfetto, per ottenere il quale il  regista ha riattivato vecchie tecnologie, obbiettivi in disuso, sonorità “sporche”, fondali al posto del vero, recitazione teatrale con primi piani e pause d’altri tempi. Il risultato è qualcosa di “molto moderno”, rispondente alla concezione generale del cinema di Soderbergh, autore che non resiste alla tentazione di trasmetterci in trasparenza la sua consapevolezza di linguaggio. E però, la riproducibilità tecnica, condizione inequivocabilmente impostasi in epoca moderna proprio con l’avvento delle nuove tecnologie (come si insegna nelle prime lezioni di Comunicazioni di massa), rende non solo inutile ma contraddittorio il “rifacimento” programmatico, la mimesi poetica essendo per forza di cose in condizione di svantaggio rispetto alla possibilità di fruire direttamente della copia “originale”.

Franco Pecori

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2 marzo 2007