La complessità del senso
23 11 2017

Invictus

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Clint Eastwood, 2009
Fotografia Tom Stern
Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Penny Downie, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Robin Smith, Danny Keogh, Refiloe Mpakanyane, McNeil Hendricks, Zak Feaunati, Shakes Myeko, Grant Roberts, Kgosi Mongake, James Lithgow, Sylvia Mngxekeza, Susan Danford, Lida Botha, Louis Minnaar, Scott Reeves, Langley Kirkwood.

Un discorso non ancora compiuto. Nelson Mandela, riabilitato dall’African National Congress nel 1990 dopo 27 anni da ergastolano, disse all’indomani della propria scarcerazione: «Non siamo ancora liberi». Il leader della lotta contro l’Apartheid in Sudafrica intendeva che il cammino per la conquista della libertà, oltre il fondamentale diritto a non essere oppressi, sarebbe stato ancora lungo. Lo abbiamo visto nel bel film di Bille August,  Il colore della libertà (Goodbye Bafana, 2007), che seguiva l’autobiografia di Mandela fino alla sua elezione a presidente del Sudafrica, nel 1994. Eastwood prosegue il discorso affidandosi ad una grande interpretazione di Freeman e soprattutto alla propria capacità, più che comprovata (Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima), di trattare l’epica senza retorica. Tra i primi impegni da presidente, Mandela non trascurò di curare la partecipazione della squadra degli Springboks alla Coppa del Mondo. Arrivare alla finale e magari vincerla contro i favoritissimi neozelandesi All Blacks avrebbe costituito un risultato dal valore sociale, culturale e politico ben più importante della partita in sé. Per molto tempo gli africani avevano visto negli Springboks il simbolo dell’oppressione razzista e avevano tifato per gli avversari. Proprio quella maglia verde-oro poteva ora rappresentare il segno vincente dell’unificazione e della riconciliazione del Paese. Dopo “una testa un voto”, “una squadra una nazione”. Il pericolo di un discorso di propaganda retrospettiva viene brillantemente evitato e superato dalla regia magistrale di Eastwood, che armonizza in una fusione dialettica convincente le maschere di Freeman e di Damon (l’attore sembra nato per la parte di François Pienaar, capitano degli Springboks) nello sviluppo del racconto, sul filo di una suspence misurata e sostanziosa, esplosiva nelle fasi culminanti del match conclusivo. Una tensione spettacolare – durante la finale di rugby sembra di stare in campo con i giocatori, altro che effetti 3D – che non tralascia il versante umano e trova anzi nella fusione dei due elementi il senso profondo di una vicenda dalla portata storica. Una curiosità: possiamo sbagliare, ma le prime note del tema musicale (di Michael Stevens) ci sono sembrate quelle di ‘O sole mio.

Franco Pecori

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26 febbraio 2010