La complessità del senso
22 09 2017

La bocca del lupo

film_laboccadellupoLa bocca del lupo
Pietro Marcello, 2009
Fotografia Pietro Marcello
Vincenzo Motta, Mary Monaco.
Torino Film Festival 2009, Miglior film. Nastri d’Argento 2010, Miglior documentario.

Sul filo dell’ambiguità: documentario/film drammatico (ma per noi, lo diciamo sempre, la distinzione è comunque fittizia). Enzo esce dal carcere e si avvia solo verso casa. Strada facendo, rivede i poveri luoghi della Genova dimenticata. Catanese, è andato poi in giro con il padre a vendere piccoli oggetti. Più di una volta i poliziotti non gli sono stati amici. Le immagini sono “poetiche”, ma a far prevalere il versante “finzione” è il testo fuori campo, “importante” nel tono e decisivo nella costruzione della metafora complessiva. Le sequenze si avvalgono fin dall’inizio di immagini “rubate” alla misera vita quotidiana dei diseredati di una zona portuale della città ligure. Una vita dove entra il valore estetico senza chiedere permesso e traduce per noi, attenuandone la referenzialità mentre ne esalta la portata simbolica, l’impatto emozionale dei singoli “oggetti”, persone e cose, dettagli, momenti, colori, umori. «I luoghi che attraversiamo – dice il narratore – sono archeologie della memoria». Può anche essere una banalità, ma non per la macchina da presa, il cui occhio deve farsene carico fino al montaggio. Il regista, già autore nel 2007 del documentario Il passaggio della linea (Premio Pasinetti Doc a Venezia), ispirandosi per il titolo de La bocca del lupo al nobile sguardo verista di Remigio Zena – pseudonimo di Gaspare Invrea, scrittore torinese di fine Ottocento profondamente innamorato di Genova e degli angoli dell’antico porto – mette in scena la singolare storia di due personaggi incontratisi in carcere e divenuti – rude e tenero lui, sensuale trans e paziente lei – inseparabili amanti per sempre, per inseguire il sogno di una casetta in campagna, di un orticello, via lontano da tutti. In sostanza si tratta di una cine-intervista legata insieme con inserti ambientali che raccontano il contesto di quelle due voci, evocando un mondo al passato, bloccato alle soglie del Novecento. E nello stesso tempo, Enzo e Mary, proprio nella loro fisicità (corpo e voce), nella loro gestualità e intonazione, nel loro modo di ridurre al concreto particolare le proprie vicende “infernali”, offrono allo spettatore un’utopia postmoderna da riorganizzare, magari in vista di una prospettiva più umana, che risarcisca quel loro orticello di tutto il tempo penoso, ormai irriconoscibile se non per il cinema. Oggetto strano questo film di Pietro Marcello, vincitore del festival di Torino e ospitato nella sezione Forum a Berlino. Cercando nella giungla distributiva, lo veda chi può.

Franco Pecori

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19 febbraio 2010