La complessità del senso
20 11 2017

Il figlio più piccolo

film_ilfigliopiupiccoloIl figlio più piccolo
Pupi Avati, 2009
Fotografia Pasquale Rachini
Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Nicola Nocella, Sydne Rome, Massimo Bonetti, Manuela Morabito, Alessandra Acciai, Fabio Ferrari, Alberto Gimignani, Maurizio Battista, Giulio Pizzirani, Matilde Matteucci, Marcello Maietta, Vincenzo Failla, Aurora Cossio, Gisella Marengo, Tiziana Buldini, Pilar Abella, Christian Marazziti, Massimiliano Varrese, Emanuele Salce, Simone Arcese, Luciano Luminelli, Pino Quartullo.

Prosciugato. Oh, che nostalgia di Gita scolastica! In quest’ultimo Avati non v’è più traccia dell’autore di film dal sapore autentico, in cui una vaga influenza felliniana non creava imbarazzi e la cui poesia “minuscola” conteneva comunque una carica stilistica riconoscibile, un’attenzione ai particolari con esclusione accurata di indizi stereotipi, una produzione di senso in stretta colleganza con l’interiorità progettuale del racconto. È passato un quarto di secolo dalla gita del professor Balla (Carlo Delle Piane non più caratterista) con la sua terza liceo. Quegli anni Ottanta avviati (1983) lasciavano già avvertire inequivocabili olezzi di volgarità dilagante, eppure Avati proponeva un suo profumo dolce e fresco, con le sue venature anche aspre ma non aggressive. Sembrava che certi punti critici della società dei due decenni precedenti avessero lasciate intatte le capacità introspettive di un artista sensibile alla “biografia” dei propri personaggi, alla loro singola vita misteriosa, fatta di impalpabili quanto decisive scelte di comportamento. Altri, come Nanni Moretti, si difesero dall’onda del nuovo benessere con più espliciti sarcasmi, arrivando poi all’aperta invettiva perfino contro l’intoccabile Albertone nazionale. Avati no. Per lui, la Vita difficile consisteva nel pescare all’interno del privato, senza denuncia, a voce bassa. Ora perché quest’insofferenza tardiva, scontata, quest’ironia indicata e sottolineata in chiave sociologica che toglie sostanza al tema e lo banalizza fin oltre il generico sceneggiato? Il fastidio della volgarità, della falsità, della compromissione affaristica che distrugge i valori della famiglia e la dignità delle persone, tutto ciò è nell’aria che respiriamo, è vero. Ma non è tardi per dirlo senza un minimo di “scrittura” autentica? Non basta già la maschera del De Sica pubblicitario e natalizio? Bisognerà che ci si rassegni, la “perfidia” di Sordi non si può “rifare”, ad essa non si può nemmeno accennare senza un risvolto di accondiscendenza sui cui diritti artistici finisce per riflettersi il decadimento della riflessione. Riusciamo sì ad immaginare l’interesse di un regista come Avati per una storia di perfido malaffare italiano, con un padre intrallazzatore romano che usa tutti quelli che gli capitano a tiro, mogli e figli compresi, per stare a galla e vivere ad un livello di privilegio tracotante. E però, proprio in questo Avati, manca la componente essenziale, che avrebbe fatto del racconto qualcosa di più profondo, di più sentito; manca quel dolore, quel pathos “minimo” – a volte anche straziante – che può tradurre in poesia la sofferenza di un personaggio piccolo. Invece, tutto intorno a Baldo (Nocella), il figlio più piccolo del mistificatore Luciano Baietti (De Sica), sa di parodia, di scenetta. La sceneggiatura è a tratti sbrigativa, come nell’ansia di non perdere il ritmo della didascalia, della semplificazione della metafora. Certo il grado di riconoscibilità dei tipi si accentua, ma le virgolette entro cui racchiudere il carattere di “ingenuità” del giovane e goffo sognatore (guarda un po’, frequentando una scuola di cinema sogna di fare un film di genere) rischiano di essere talmente in grassetto da soffocare parola e idea. Altrettanto e ancor di più pesa la “pazza” ingenuità della madre di Baldo, una Morante costretta (vogliamo credere) ad accentuare in modo parossistico la propria disposizione alla fiducia negli altri (marito farabutto compreso), tanto da ridurre a scadente macchietta l’amore per un’assurda autenticità “country” (in coppia con l’incredibile amica americana Sydne Rome). E in seria difficoltà appare De Sica nel difficile compito assegnatogli, di mostrare il risvolto drammatico della vicenda, penosa e grottesta solo nelle intenzioni. La poesia di Avati non è nelle sue corde. Il più credibile finisce per essere Zingaretti nella parte del commercialista Bollino, inventore di scappatoie a getto continuo per i traffici del cliente-amico. Il suo tono moderatamente televisivo unisce e dispone, attenua, amalgama, con-promette la pari in-degnità di tutti.

Franco Pecori

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19 febbraio 2010