La complessità del senso
21 09 2017

The Wolfman

film_thewolfmanThe Wolfman
Joe Johnston, 2009

Fotografia Shelly Johnson
Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Geraldine Chaplin, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, Sam  Hazeldine, Olga Fedori, David Sterne, Bridgette Millar, Michael Cronin, Nicholas Day, Cristina Contes.

Figlio contro padre. Archetipo qui senza particolari egoismi, ma per salvare il futuro non solo proprio e del proprio amore, bensì per interrompere la maledetta catena di trasmissione del male. Dice infatti una leggenda gitana che «anche un uomo puro di cuore» può diventare un lupo. Non sempre né in ogni momento, ma con la luna piena e «quando fiorisce la luparia». C’è insomma bisogno di un contesto favorevole, di un terreno fertile …all’inverso. Intanto però è necessario comunque fermare l’orribile processo. È Del Toro (21 Grammi, Sin City, Che) ad immedesimarsi nella parte di lupo figlio. Il nobile Lawrence Talbot ritorna a Blackmoor, il piccolo centro dov’è nato e dal quale andò via dopo la tragica morte della madre. Siamo nell’Inghilterra vittoriana del 1891. Il fratello di Lawrence è scomparso all’improvviso e la fidanzata Gwen (Blunt,  My summer love, Il diavolo veste Prada, La guerra di Charlie Wilson) ha chiesto aiuto per ritrovarlo. Lawrence trova un’atmosfera cupa. Nella vecchia casa vive suo padre, Sir John Talbot (Hopkins, Il silenzio degli innocentiQuel che resta del giorno, Hannibal), il quale da subito sembra non avere limpide intenzioni nella ricerca. Il suo aspetto è poco rassicurante, la sua presenza risulta ansiogena. Ed ecco l’ulutato del lupo. Spunta la luna e le notti si fanno tremende. Un misterioso e inverosimilmente feroce animale sbrana e fa a pezzi chiunque incontri nei paraggi.  Mentre cresce il terrore, Lawrence cerca di scovare la belva. Interviene anche Scotland Yard (il lupo e la legge), con il detective Aberline (Weaving, Matrix, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore), ma il mistero è sempre più fitto. O meglio, lo sarebbe. Il condizionale ha una radice cinematografica.  L’eclettico Johnston (Jurassic Park III, Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi) attinge al profondo pozzo della Universal fino a trovare L’uomo lupo del 1941 (regia di George Waggner, con Lon Cheney Jr.), un film in bianco e nero che fece epoca. Riattivare quel lontano senso dell’orrore si rivela impresa ardua. Non per la bravura di tutti gli attori e in particolare di Benicio Del Toro, ché quel suo sguardo obliquo ben delinea fin dall’inizio e progressivamente l’evoluzione malefica del personaggio; ma certo, a distanza di 70 anni dall’impatto più sensazionale, il cinema avrebbe potuto avvertire oggi l’opportunità di uno sguardo più consapevole e di una contestualizzazione più avvertita delle implicanze anche culturali di una leggenda come quella del wolfman. Dare alla zingara Maleva il volto di Geraldine Chaplin non basta. Figlio contro padre, dicevamo. Benché la figura di John Talbot, incarnata da Hopkins, abbia maggiore risalto rispetto al film di Waggner, il contrasto famigliare non trova un suo sviluppo interno, restando invece a livello spettacolare, tanto da sfociare in un semplice scontro fisico ultraviolento qual’è possibile con gli attuali mezzi dell’elaborazione digitale. Ma di violenze che trasformano i corpi umani in esseri “volanti” ne abbiamo viste abbastanza e la ripetizione non giova al mistero dell’uomo lupo. Altrettanto si può dire dell’uso forzato, per quanto stereotipo, del sonoro. Boati e schianti elettronici producono sensazione ma non impressionano ormai più di tanto. E non è nemmeno dagli effetti, tecnicamente ammirevoli, che può venirci lo stupore/orrore per la trasfomazione “in diretta” di Del Toro in belva.

Franco Pecori

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19 febbraio 2010