La complessità del senso
22 09 2017

Nine

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Rob Marshall, 2009
Fotografia Dion Beebe
Daniel Day-Lewis, Sandro Dori, Nicole Kidman, Marion Cotillard, Penélope Cruz, Judi Dench, Sophia Loren, Kate Hudson, Stacy Ferguson, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna, Elio Germano, Roberto Nobile, Valerio Mastandrea, Remo Remotti, Martina Stella, Monica Scattini, Roberto Citran, Andrea Di Stefano, Giuseppe Spitaleri, Vincent Riotta.

La distanza pare incolmabile. Non la distanza di Nine dal Fellini 8 e 1/2 cui si ispira Marshall attingendo al musical di Arthur L. Kopi e Maury Yeston (1982), ma del cinema americano internazionale dal cinema italiano, quello che Kate Hudson nei panni della Stephanie di Vogue, ancheggiando strepitosamente in una scena di defilée coreografico, chiama, con l’aria di esaltare il genere, «neorealismo italiano», «cinema italiano», «italian style». Non intendiamo distanza artistica, ma proprio quella sorta di incomunicabilità – concetto strano – che aveva già colpito Antonioni (L’avventura, La notte, L’eclisse) quando Fellini, sulla scia dei trionfi polemici de La dolce vita, si apprestava a realizzare il suo film-testamento (parliamo della poetica). Capolavoro del dolore creativo, della menzogna estetica, della consapevolezza angosciosa della necessaria separazione arte-vita, 8 e 1/2 aveva definitivamente smascherato l’equivoco dell'”affresco”, cavalcato dalla critica anche la più benevola, nella lettura del film-scandalo del 1960; e aveva spazzato via ogni indebito accostamento della poetica felliniana al cosiddetto Neorealismo, termine di comodo estraneo, del resto, alle intenzioni dei maggiori autori italiani operanti dal dopoguerra ai primi anni Sessanta. La visione di Nine, spinge quasi il pensiero a ritrovare lo spirito di Fellini, a consolidare una sorta di immedesimazione con quella che, ancora oggi appunto, possiamo immaginare  come la disperata coscienza di una difficoltà forse insormontabile. La distanza di cui sopra. Non è tanto il senso autobiografico, la vita di un artista, quanto il vuoto di senso che la caduta di un mito può procurare: è qui il punto d’appoggio mancante. Ci viene in mente la sbigottita delusione di una ragazza americana, la quale, risalendo giorni fa con i genitori per il serpentone di Via Veneto, esclamava: «That’s all?». Nel musical di Marshall vediamo il contrario della rappresentazione di una crisi autoriale. Le apparenze referenziali sono quelle, il tormentone del vuoto ispirativo, la mancanza del “copione”, la preoccupazione del produttore (pazientemente interpretato da un Ricky Tognazzi come rassegnato alla debolezza della parte), le visioni interiori di Guido, il regista che ha perso la vena, tutto sembra combaciare con l’originale. Ma è la traduzione del gusto a tradire il senso. La “bugia” artistica di Fellini, la chiave psicoanalitica dell’estetica di sé, trovava nell’esito schermico una verità, un’autenticità omogenea alla propria radice umana, culturale. Spettacolo e intimità del racconto si fondevano in un’abbagliante malinconia. E la musica di Nino Rota era parte essenziale della fusione. In Nine, la presenza di un sempre grande Daniel Day-Lewis (ce la mette tutta, lontanissimo da Matroianni) e delle attrici (cast superbo) che, bellissime e bravissime, si prestano alla rievocazione del mito non basta a togliere il senso un po’ sgradevole di una specie di Colosseo di gesso, accattato dal Grande Cinema per un ingenuo omaggio al genio italiano. Restano le apprezzabilissime coreografie, alle quali ci inchiniamo deferenti, male abituati come siamo ai nostri balletti televisivi.

Franco Pecori

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22 gennaio 2010