La complessità del senso
24 09 2017

Avatar

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James Cameron, 2009
Fotografia Mauro Fiore
Sam Worthington, Sigourney Weaver, Michelle Rodriguez, Zoe Saldana, Giovanni Ribisi, Joel Moore, Stephen Lang, Dileep Rao, Laz Alonso, CCH Pounder, Peter Mensah, Matt Gerald.

Tecnologia titanica, filosofia elementare, narrativa macchinosa, morale ingenua. Un grosso giocattolo costosissimo (4-500 milioni di dollari, ma chi può dirlo esattamente?) per una circolazione globale che promette frutti economici al di là della crisi. Divertente per i bambini. L’America adulta confessa le proprie colpe ai suoi bambini e a quelli di tutto il mondo. Gli indiani (ancora), il Vietnam (ancora), l’Iraq e tutte le insensate violenze industriali (non solo belliche) che rischiano di azzerare l’evoluzione scientifica. Ottusità contro ricerca, disconoscenza della Natura, avidità di energia per una sopravvivenza non prospettica (date le premesse). Non basta più la Terra. C’è un altro mondo, Pandora, dove si trova un prezioso giacimento di Unobtanium. Si va ad impossessarsene. L’unico problema è che per farlo bisognerà annientare i Na’vi, la popolazione primitiva che vi abita. Corpi simili ai nostri ma longilinei (alti tre metri) e blu, spiritualità raffinata, i Na’vi vivono comunicando con le piante e con gli animali, in una fusione sconosciuta agli umani. Si difendono con arco e freccia (ma non si vedono nemici), cavalcano grossi draghi volanti dalla foresta nello spazio privo di atmosfera respirabile (dei loro polmoni non sappiamo nulla). Pandora dista dalla Terra anni-luce. Ma non è un problema, siamo nel futuro. Futuro e primitivo si toccano in un cortocircuito resuscitatore di ideologie. Scienziati buoni, parallelamente ai cattivi conquistatori, praticano un’ardita sperimentazione, resa possibile dall’utilizzo di avatar. Parola difficile e facile. Facile anche per i bambini che usano il computer e scelgono faccine dietro cui nascondersi per comunicare stati d’animo senza l’impiego della parola, difficile per il senso culturale che ha radici nella religione induista (Dio prende sembianze fisiche, si fa corpo). Nel film, l’uomo, non potendo respirare l’atmosfera di Pandora, prende il corpo dei Na’vi e così può stare insieme a loro, studiarli da vicino. La tecnica realizzativa sarebbe molto complessa a descriversi, ma per fortuna il cinema può finalmente utilizzare la Performance Capturing, che digitalizza le espressioni del volto e le trasforma in “miracolosa” animazione in 3D. Ed ecco che gli attori si fanno personaggi avatar. Principalmente Jake (Worthington) e Neytiri (Saldana).  Jake, ex caporale dei marines ora invalido nelle gambe, prende il posto del fratello morto Tom, scienziato e collaboratore della dottoressa Grace (Weaver). A Jake è sufficiente infilarsi in una capsula-link per vivere da avatar nel mondo di Pandora. Fatale l’incontro con la principessa Neytiri e la graduale conversione, complice l’innamoramento, alla filosofia naturista. Inviato dal colonnello Quaritch (Lang) a spiare i comportamenti dei Na’vi per studiare le possibilità di un’aggressione vincente (i mezzi sono gli ormai usuali – per il cinema – oggetti/meccano, ultrapotenti e arroganti), Jake si convincerà dell’errore storico e vorrà passare dalla parte dei “primitivi”. Tutto già visto, ma non con gli occhiali 3D. Che gli indiani non fossero poi così cattivi lo si sapeva almeno dal 1956 (John Ford, The Searchers – Sentieri selvaggi). Resta l’incanto della gente blu e di quel mondo lontano, spettacolo digitale affascinante e coinvolgente, allucinazione di un futuro/passato per una mitologia a venire. Da disvelare.

Franco Pecori

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15 gennaio 2010