La complessità del senso
18 11 2017

Sherlock Holmes

film_sherlockholmesSherlock Holmes
Guy Ritchie, 2009
Fotografia Philippe Rouseelot
Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Eddie Marsan, Robert Maillet, Geraldine James, Kelly Reilly, William Houston, Hans Matheson, James Fox, William Hope, Clive Russell, Oran Gurel, David Garrick.

In origine fu lo scozzese Arthur Conan Doyle (1859-1930). Spirito ottocentesto, laurerato in medicina a Edimburgo, Doyle immerse le sue tendenze fantastiche in bagni d’avventura, di fantascienza e di soprannaturale. Scrisse e la sua penna si colorò di un giallo originale, di sapore scientifico e insieme misterico. La contraddizione, espressa con ironia, prese il nome di Sherlock Holmes e si vestì da detective, un detective dallo stile inconfondibile, fissato per l’osservazione dei particolari e fanatico della deduzione. Il lato umano dei “casi” che affrontò non emerse, mentre fu in lui esclusiva l’attenzione puntigliosa per la ricomposizione dei materiali minuziosamente raccolti e legati dal filo interno che agli altri non apparve visibile. Anche il suo inseparabile collaboratore, il dottor Watson (medico come Doyle), fece fatica ad aiutarlo nelle indagini ed ebbe spesso bisogno di delucidazioni. Dalla letteratura (4 romanzi e una cinquantina di racconti) si passò poi al cinema. Dal 1939 ad oggi, la lista dei film che portarono sullo schermo il detective parascientifico rimanda anche ad autori come Frank Tashlin, Billy Wilder, Thom Eberhardt. Il che significa che Holmes prende via via le sembianze più strane, da Jerry Lewis a Robert Stephens, a Michael Caine, tanto per dire che la figura si presta all’attraversamento indenne di epoche e visioni, confermando comunque un inattaccabile carattere di “macchina dell’arguzia”, che offre riparo ai più diversi personaggi. Ora basterà soltanto confrontare la faccia di Basil Rathbone, il primo interprete di Holmes (The Hound of the Baskerville, Sidney Lanfield, 1939) con quella di Robert Downey Jr., il protagonista dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie, per capire che cosa possono essere 70 anni nel cammino non solo del cinema, ma anche della televisione (Negli anni ’80 e ’90 Holmes è entrato nel piccolo schermo consolidandovi in un certo senso la propria popolarità), fino all’approdo dei videogiochi, massimo indicatore della standardizzazione e dell’estensione figurale, anche per un detective arguto come Holmes. Da non trascurare, infine, il tramite fumettistico (il libro di Lionel Wigram) di cui si serve Ritchie per riattingere  all’ispirazione originaria di Doyle. Elementi, elementi con ritmo, viene da dire già quando il film è poco più che avviato. Lo spettacolo è trasparente, esibisce senza ritegno la propria referenzialità e anzi la carica di “dichiarazioni d’intenzione”, soprattutto sul piano espressivo. Subito nella prima sequenza vediamo la polizia all’inseguimento del “cattivo” da arrestare. I cavalli trainano la carrozza a ritmo forsennato, tanto da sembrare cavalli-motore. Poi tutto il film prosegue su questo binario, a rotta di collo. Di scena in scena, Holmes scarica mitragliate di annotazioni sul povero Watson/Law, invano proteso nella personale e disperata caccia ad una “normalità” che gli possa permettere di prendere un tè con i futuri suoceri. Prestante nel fisico, occhio vispo e capello alla moda, Downey Jr., consustanziato com’è nel fumetto (vedi L’incredibile Hulk), attraversa con impassibile ironia i diversi momenti dell’avventura, mostrandosi esplicitamente propenso alle ginnastiche più strumentali (cappa e spada d’oggi in salsa orientale, pugilato selvaggio, scatti catastrofici da fare invidia a 2012, horror  e alchimie sotterranee in fuga da Edgar Allan Poe) pur di arrivare allo scopo – così sembra, più che altro – di schivare i fastidi della vita quotidiana, compreso il pericolo di un concretizzarsi dell’amore per Irene (McAdams), non sia mai lo distogliesse dagli intenti investigativi. Tutto il meccanismo, divertente e spettacolare finisce per fare da schermo alla ragione di fondo che determina il “caso” da risolvere. Peccato, solo in vista del finale veniamo messi al corrente della filosofia politica che ispira l’azione perversa del mistificatore nero, Lord Blackwood (Strong). Una “Fratellanza” controlla segretamente l'”Impero” e l’ultimo “appuntamento” sarà nel Palazzo di Westminster.

Franco Pecori

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25 dicembre 2009