La complessità del senso
18 12 2017

Il Codice Da Vinci

film_il_codice_da_vinci.jpgThe Da Vinci Code
Ron Howard, 2006
Tom Hanks, Audrey Tautou, Paul Bettany, Ian McKellen, Alfred Molina, Jean Reno, Jurgen Prochnow.

Troppo. Una torta con una montagna di ingredienti. Andiamo quindi all’essenziale. Vuoi vedere che il mondo è delle donne? Guardando bene l'”Ultima cena” di Leonardo, al Louvre, sembrerebbe presente la Maddalena. Altro che prostituta. Hanks, esperto di simbologia, ci avverte subito che il linguaggio è importante. E va bene, ma è linguaggio anche dare il volto di Tautou/Amélie a quella che potrebbe essere la soluzione del più grande mistero. Troppo anche per un thriller “super”, sull'”Oscuro inganno dell’uomo”. Ricordate il Concilio di Nicea? Nel 325 d.C. la Chiesa, tra mille dispute, proclamò il definitivo trionfo del Cristianesimo, suggellato proprio dal “pagano” Costantino. Ma, dicono alcuni ancora oggi, la ricerca del Graal, il calice di Cristo, non è conclusa. E il Graal non sarebbe un calice. A questo punto dovremmo ripercorrere la storia dei Templari e delle Crociate, del Priorato di Sion, dei Merovingi. Troppo. Tautou, poliziotta crittologa, scopre di avere avuto un nonno molto importante, il quale, infatti, viene assassinato subito, all’inizio del film, all’interno del Louvre, nientemeno che da un monaco (Bettany). E, sorpresa, il monaco, autoflagellante e pazzescamente convinto di fare il Bene, esegue gli ordini dell’Opus Dei, società segreta decisamente non angelica. Troppo? Ma Leonardo non è l’ultimo dei pittori. La sua “Ultima cena” nasconderebbe un “indovinello” che farebbe impazzire gli spettatori di certi programmi tv preserali. Troppo? New Age, più che altro. Leggere Dan Brown. Howard sottolinea l’importanza del linguaggio. Non è poco. Ma il film, lunghissimo, riduce a “tesi viventi” i due protagonisti, inducendo gli spettatori a un assenso fatalmente arrendevole verso contenuti pesantissimi. Viva la suspence “semplice” di Hitchcock.

Franco Pecori

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19 maggio 2006