La complessità del senso
18 10 2017

Moon

film_moonMoon
Jeffrey Jones, 2009
Fotografia Gary Shaw
Sam Rockwell, Dominique McElligott, Rosie Shaw, Kaya Scodelario, Adrienne Shaw, Robin Chalk, Matt Berry, Benedict Wong, Malcolm Stewart.

Un futuro di cloni? Se la tecnica avrà uno sviluppo diverso da quello previsto dall’intelligenza umana, potrà seguire una “logica” sua e farci trovare, un giorno, tra “persone” non-umane. Il problema è affrontato da Jeffrey Jones (nome d’arte del figlio di David Bowie al suo primo lungometraggio) con un occhio alla fantascienza e con una dichiarata intenzione di evitare banalità di genere. La tendenza è di fare cinema d’autore utilizzando le tecnologie a disposizione per configurare un immaginario contemporaneo, estetico e concettuale. Jones non evita l’imprescindibile (2001 Odissea nello spazio, Kubrick, 1968) e fa anche i conti con una certa istanza umanistica già avanzata nel 1965 dal Godard di Agente Lemmy Caution missione Alphaville. Quest’ultimo riferimento soprattutto in relazione al comportamento straniato delle figure attoriali e, in particolare, ai segni di decostruzione psicologica manifestati, lì dall’Henry Dickson (Akim Tamiroff) sperduto negli “spazi esterni” e qui dall’astronauta Sam Bell (Rockwell) nella fase più drammatica del “confronto” con la discoperta della realtà clonica. Siamo sulla Luna, Base Estrattiva Sarang – Membri dell’equipaggio: 1, contratto: 3 anni.  L’uomo ha trovato il modo di ricavare energia utile per la terra. Sam, in perfetta solitudine, assistito soltanto dal robot Gerty (voce originale Kevin Spacey, voce italiana Roberto Pedicini), esegue il compito di controllare le macchine che estraggono l’Elio-3 e lo comprimono in capsule da spedire man mano al Pianeta. Una voce saluta l’astronauta con tono gentilmente impersonale e “pubblicitario”: «Buongiorno Sam, la Lunar Industries resta l’azienda leader nella fornitura di energia pulita in tutto il mondo grazie al lavoro duro di persone come te». Sam non si lamenta del suo lavoro, ma di certo non gli dispiace che gli siano rimaste due settimane prima di tornare a casa e di riabbracciare la moglie Tess (McElligott) e la figlioletta Eve (Shaw). Tutto sembra filare liscio, ma è proprio una certa “indifferenza” del contesto, l’insieme normalizzato dei dettagli straordinari (a cominciare dalle immagini troppo “usuali” nella loro tecnologica “verità”) a instillarci il dubbio di un falso che non promette niente di buono. C’è un Alien dentro di noi? O c’è un Noi che non conosciamo? Lo scopriremo insieme a Sam e con l’aiuto del bravissimo attore, chiamato a sdoppiarsi e a doppiarsi nel progressivo sviluppo di ambiguità che carica il film di una suspence sempre meno “spaziale” e più terrena, proprio in vista dell’esito del destino umano forse perso nell’intrigo tecno-affaristico.

Franco Pecori

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4 dicembre 2009