La complessità del senso
18 11 2017

L’uomo che verrà

film_luomocheverraL’uomo che verrà
Giorgio Diritti, 2009
Fotografia Roberto Cimatti
Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Timo Jacobs, Germano Maccioni, Taddhaeus Meilinger, Francesco Modugno, Maria Grazia Naldi, Laura Pizzirani, Frank Schmalz, Tom Sommerlatte, Raffaele Zabban
Roma 2009, concorso. Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento, Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film. David Donatello: miglior film.

La fredda indifferenza con cui le SS tedesche mettono in atto la rappresaglia e uccidono 770 civili, il 29 settembre 1944 a Marzabotto – Monte Sole (Bologna), è il dato storico da cui parte Giorgio Diritti (Il vento fa il suo giro, 2005) per tenere accesa la memoria e anche per cogliere i sentimenti e le impressioni che la storia non può restituire senza l’aiuto dell’arte. Uno dei nazisti, mentre negli occhi abbiamo l’atroce carneficina, commenta: «Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato ad essere, dipende dall’educazione». Si spera che il vento non torni a fare il suo giro e che l’uomo che verrà non sia più così cattivo. Il regista ha scelto lo sguardo di una bambina di 8 anni, Martina (la bravissima Greta Zuccheri Montanari), per raccontare l’orribile episodio. Muta da quando ha visto morire il fratello nato da pochi giorni, Martina osserva e seleziona per noi la realtà in cui vive. La casa contadina, la stalla, il campo, il bosco, la mamma Lena (Sanza) che aspetta un altro figlio, la zia Beniamina (Rohrwacher) e insomma il normale svolgersi delle giornate. Noi impariamo a conoscere i personaggi ascoltando il loro dialetto, che il regista ha mantenuto non per “verismo” ma per amore di verità. L’ambiente è ricostruito con una verosimiglianza impressionante (viene in mente Olmi), ogni particolare diventa personaggio e ciascun personaggio si fonde in un tutto che è appunto la vita a Marzabotto in quei giorni. Poi arrivano i tedeschi e vengono attaccati dai “ribelli” (così si chiamavano allora i partigiani). E arriva la rappresaglia feroce. Diritti affronta la difficoltà di tagliare via dalla rappresentazione lo stereotipo incombente, gira le scene con occhio “vergine” e insieme consapevole di essere tutt’altro che il primo a portare sullo schermo figure viste e riviste, soprattutto i soldati nazisti, i partigiani e via dicendo. L’idea di affidarsi a Martina funziona e testimonia anche l’istanza poetica dell’autore verso la materia. Molto coinvolgente, senza per altro scadere nel “dolcificante”, la parte in cui la bambina, rimasta sola tra i cadaveri, si rialza e, ancora muta, con movimenti naturali, essenziali, va a recuperare il fratellino neonato e lo salva. I bambini ci guardano ancora.

Franco Pecori

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22 gennaio 2010