La complessità del senso
20 11 2017

Gli abbracci spezzati

film_gliabbraccispezzatiLos abrazos rotos
Pedro Amodóvar, 2009
Fotografia Rodrigo  Prieto
Penélope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas, Angela Molina, Chus Lampreave, Kiti Manver, Lola Dueñas, Mariola Fuentes, Carmen Machi, Kira Miró, Marta Aledo, Rossy de Palma, Alejo Sauras, Asier Etxeandía.
Cannes 2009, concorso.

Giallo cinefilo. Romantico. Composito. Artificioso. Logorroico e simbolico a strati, senza però che il senso cresca col moltiplicarsi delle situazioni e dei tempi. Eppure autentico, rispettoso della dignità dell’autore, di sé. Almodóvar si prende il suo, continua a filtrare e trasmettere sensazioni, colori, sentimenti, non badando a spese: fino a pagare, per un po’ di cinema, il prezzo della cecità. Il protagonista è cieco, il regista è cieco, noi siamo ciechi, finché non percepiamo il senso del film e lo assumiano come cinema. La trama non conta poi tanto. Le allusioni esplicite ai film classici, di Rossellini (Viaggio in Italia), di Malle (Ascensore per il patibolo), di Powell (L’occhio che uccide), di Fellini, di Lang e di ogni altro dicono che si vive tutti immersi nel mito delle immagini e delle favole (Audrey Hepburn, Marilyn Monroe…).Vediamo e siamo ciechi sì e no, in base alla nostra storia intima e tattile, buia e luminosa. Proprio come una pellicola che scorre nel proiettore, o come i pixell che vediamo riprodotti nel monitor. Questo il succo. Almodóvar ci gira attorno e sembra che la trottola non voglia fermarsi mai. A tratti emerge il layout di un fumetto, le scene s’intrecciano in una serie di flash che vanno indietro e avanti, valorizzano i ricordi, spiegano le situazioni, colgono i frutti del racconto dalla bravura degli attori, ritagliano profili dei personaggi e li incollano in un sincronismo che cancella e nello stesso tempo chiarisce. Gli abbracci spezzati continua il pathos di Volver traducendolo in una metafora “di genere” che cede all’attrazione del montaggio, alla suspense delle passioni. Si segue un “giallo” e si cerca l'”assassino” di Matteo Blanco (Homar) cineasta. Quando il suo amore per Lena (Cruz) fa ingelosire Ernesto Martel, malefico spasimante e protettore della ragazza, si alza una montagna di ostacoli e il plot si complica. Madri, figli, tradimenti, genitori, sospetti, innocenze. I destini si sdoppiano e si incrociano, sostando a volte in pause impressionistiche che attenuano la tensione e insieme rilanciano la corsa verso il finale. Nodo importante, la confessione di Judit (Portillo), agente di Matteo addetta alla produzione dei suoi film. Il regista è tornato in sé dopo essersi sdoppiato in Harry Caine in seguito all’incidente d’auto che ha spezzato i suoi abbracci con Lena. Ma per lui il bello deve ancora arrivare.  In una seduta al bar con Matteo e col suo giovane “assistente”, Diego (Novas), Judit si rivela e dà profondità umana alla propria vicenda di donna, buona e cattiva. Ora Diego vede Matteo con altri occhi e il regista, non più Harry, può tornare al suo film che attende un nuovo montaggio, più vero e risarcitorio dell'”assassinio” consumato da Ernesto sui materiali di Chicas y maletas (Ragazze e valigie), lasciato incompiuto da Matteo e Lena, amanti in fuga. «I film vanno terminati [solo terminati?] comunque, anche da ciechi». E non basta. Il figlio di Ernesto offre a Matteo l’immagine “rubata” dell’ultimo bacio in macchina prima dell’incidente. Un dono tattile, ormai. Matteo lo vede toccandolo. I sensi del cinema non sono finiti, se vogliamo essere cinefili.

Franco Pecori

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13 novembre 2009