La complessità del senso
21 09 2017

Good Morning Aman

film_goodmorningamanGood Morning Aman
Claudio Noce, 2009
Fotografia Michele D’Attanasio
Valerio Mastandrea, Said Sabrie, Anita Caprioli, Amin Nour, Giordano De Plano, Adamo Dionisi, Sandra Toffolatti.
Venezia 2009, Settimana della critica

Aman (Sabrie), ragazzo somalo a Roma, parla italiano e sogna di vendere automobili e di sposarsi. Gli nasce un problema di solitudine quando il suo amico Said (Nour) se ne va a lavorare a Londra. Aman non dorme la notte. Sul tetto del palazzo dove va spesso ad aspettare il giorno incontra Teodoro (Mastandrea, ben calato nel personaggio), anch’egli insonne. Con lui può scambiare qualche parola, ma il tipo si rivela molto strano, difficile, affettuoso a suo modo e a suo modo impenetrabile, distaccato. Sembra covare un problema dentro. All’incirca quarantenne, Teodoro viene dal pugilato ma qualcosa deve averlo estromesso ed ora vive solitario nella casa dov’è nato, lasciatagli dai genitori. Aman lo sente come una possibile compagnia, ma non riesce a capire se l’ex pugile sia un bravo padre in crisi (lo vede tentare di riappacificarsi con la moglie e avvicinarsi alla figlia)  o un “gran figlio di…” . Il ragazzo rimane poi stordito dall’esplosione di violenza che segue ad una rimpatriata di Teodoro con gli amici dello sport. E pensare che in certi momenti gli sembra perfino di aver trovato un buon padre. Si va avanti così, indagando il possibile incontro delle due solitudini, un po’ “pedinando” i personaggi, un po’ “rappresentandoli” in primo e primissimo piano, come tentando di entrare nella loro anima, finché un giorno Aman chiama Said al telefono e gli dice che vuole raggiungerlo. Roma si è rivelata una città infida. Anche Sara (Caprioli), la bionda di cui Aman stava per innamorarsi, si perde nel giro sbagliato. Ci sarebbe un fratello in Canada, rapper di successo, ma forse è troppo lontano e chissà quanto potrà durare il suo momento buono. Si finisce con lo schermo nero. Mistero. L’occhio di Noce (primo lungometraggio dopo la pubblicità, i corti e i video musicali) tratta con pari dignità i due protagonisti, avvicinandosi fino al dettaglio oppure seguendoli a mezza distanza, con discrezione. Il regista utilizza le diverse ottiche come se la loro “grammatica” non fosse convenzionale ma rispondesse ad una propria legge interna, costitutiva. Corre così il rischio di utilizzare gli obbiettivi trasferendo automaticamente la forma espressiva sul piano dei contenuti, fino ad arrivare quasi al paradosso di una rigidità del senso, un po’ come accadrebbe a chi, volendo dire “Parigi”, mostrasse la Tour Eiffel. E invece, magari diciamo un’ovvietà, le funzioni espressive dell’ottica non si trovano scritte nell’ottica. Ecco che, allora, la scelta stilistica non può evitare, per così dire, le proprie responsabilità estetiche a fronte del contenuto. Non a caso, quando si tratta di chiarire, finalmente e parzialmente, il nodo psicologico di cui soffre Teodoro, Noce ricorre a flash esplicativi, i quali chiariscono sì la situazione interna del personaggio, ma attenuano di molto la sua precedente diffusa ambiguità. Il contest rappresentazione-narrazione finisce per non tenersi fino in fondo. D’altra parte, i ripetuti “pedinamenti” di Teodoro e Aman per le vie e per gli anfratti di Roma, sarebbero apparsi già inutili a Rossellini, come lo stesso maestro neorealista ebbe a insegnare. È vero che nel cinema spesso la “realtà” fotografica dice di per sé molte più cose o più efficacemente di quel che possano le parole, ma il problema di Noce sembra restare nell’oscillazione tra realismo referenziale e costruzione psicologica. Che poi è forse il problema stesso che blocca Teodoro nella sua esistenza irrisolta.

Franco Pecori

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13 novembre 2009